SOCIAL MEDIA WEEK – Nuovi scenari per contenuti digitali, il caso You Tube

E’ strano questo “uscire dalla rete”, dove le tante anime che attraversano Internet si riversano nelle sale un po’ per capire, molto per riconoscere gli altri, e senza confessarlo troppo neppure a se stessi, con la sensazione addosso di voler “materializzare” quell’esperienza digitale in un’esperienza che possa essere, anche, analogica.  Ma gli interventi sono stati interessanti e utili, soprattutto a verificare che esiste un’area vasta di utenti/pensatori aperti pronti a condividere esperienze e a garantire le libertà

macro sala convegni social media weekSta suscitando grande clamore e curiosità questa settimana sui “Social Media” che, attraverso numerosi incontri e mini convegni, cerca di fare il punto sulle tante situazioni aperte dall’intrusione della rete nella società e nella vita quotidiana. E se da una prima ricognizione sul sito degli organizzatori, dove il programma è apparso solo a poche settimane dall’evento, la manifestazione poteva apparire “improvvisata”, il risultato che stiamo invece verificando – pur con dei limiti – è piuttosto interessante. Gli incontri sono affollatissimi, segno che questo strano Festival ha colto nel segno di una domanda che c’è.  Eppure è strano questo “uscire dalla rete”, dove le tante anime che attraversano Internet si riversano nelle sale un po’ per capire, molto per riconoscere gli altri, e senza confessarlo troppo neppure a se stessi, con la sensazione addosso di voler “materializzare” quell’esperienza digitale in un’esperienza che possa essere, anche, analogica. Siamo anime digitali ma anche corpi, insomma. E non viviamo solo nelle foto nei testi o nelle riproduzioni da webcam. Il problema è che poi la realtà materica è terribilmente debole, e a volte provoca strane contraddizioni. Intanto le location, in questo incontro sui “Nuovi contenuti digitali e il caso You Tube”, ospitato nel nuovissimo Macro, territorio dove l’arte celebra se stessa in spazi dalla visione futurista, ma la cui Sala Convegni non appare proprio il luogo più adatto per “materializzarci”: effetto plastico tardo 2001 odissea nello spazio, un rosso sangue sparato su poltrone e soffitti, peraltro bassi e soffocanti, uno schermo piccolo che si riflette fastidiosamente sul soffitto lucido con effetto sdoppiante dell’immagine. Poi, quando finalmente prende la parola la rappresentante di Google/You Tube, Maria FerrerasMaria Ferreras You Tube, scopriamo che ci sono “problemi tecnici” e che non puo’ mostrare i video che aveva in programma… Insomma manca la rete in sala!  Magnifico paradosso di questo Paese, dove il pubblico poteva navigare con i propri smartfone e tablet, ma i relatori erano a secco di immagini e connessioni… Detto questo sull’atmosfera (elemento sempre importante per capire le emozioni di qualsiasi Festival, di cinema o altro che sia), il dibattito è stato interessante, non tanto per i contenuti espressi, purtroppo in maniera troppo serrata dato l’alto numero di interventi, ma per il “tono” che la discussione ha preso. La sensazione è che dopo anni di barriere e resistenze, che pure non sono mancate anche qui, le “istituzioni” pubbliche e private colpite dalla “rivoluzione della rete” stanno, con colpevole ritardo, necessariamente cambiando atteggiamento. Ed è curioso vedere il tono, come dire, quasi sommesso, con cui Rai, Anica e Agcom cercano di spiegare le loro ragioni. Come a dire, il nostro business viene massacrato dalla rete, stiamo cercando di capire dopo esserci inutilmente asserragliati nel fortino, cercate di comprenderci, suvvia! Maria Ferreras da buona manager sa come farsi capire (qui trovate la proposta You Tube all’Anica per i film a pagamento on line). L’utente da anni non è più passivo, ma partecipa attivamente alla gestione dei contenuti. Ed eccola sparare l’ABC di You Tube: A come Audience, enorme, globale, per You Tube solo in Italia 15 milioni di utenti al mese  (e poi, aggiungerà, un miliardo di contatti); B come Business, ovvero un modello di Business alternativo, che passi attraverso l’uso di contenuti ibridi, in parte gestito dalle aziende in  parte dagli stessi utenti; C come controllo e/o copyright, con l’esempio di un film di Bollywood che ha avuto tre strategie diverse: in India bloccato su You Tube, mentre il film poteva essere visto, con pubblicità, in Europa con You Tbe come piattaforma di distribuzione. Negli Usa sempre su You Tube ma a pagamento. Quindi 3 tipologie di business diverse per uno stesso prodotto. Sarebbe stato interessante capire meglio e approfondire le dinamiche del nuovo modello di business offerto da you Tube, ma l’incontro come dicevamo era pieno di relatori, e il buon Luca Luca De BiaseDe Biase (giornalista e blogger, direttore di Nova de Il sole 24 ore potete seguirlo su Twitter se volete), aveva un bel da fare a gestire questo esagerato panel di interventi oltre a un pubblico smanioso di intervenire. E allora, sinteticamente, ecco Nicola D’Angelo dell’AGCOM, che ha cercato di spiegare risoluzioni istituzioonali che in parte non condivideva, convinto che alla rete non possono applicarsi i regolamenti chiusi della tv. Guido Scorza, dell’Istituto Politiche di Innovazione, che ha criticato questa politica restrittiva “tutta italiana” che ha proiettato nel futuro delle regole del passato, equiparando gli aggregatori alle tv, come se questi avessero una “politica editoriale”.  Lo stato non ha vietato le web tv ma ha costretto i cittadini interessati a una tal serie di adempimenti burocratici che di fatto sono un “divieto velato”. Poi è  toccato a RAI Nuovi Media, nella persona di Andrea Portante, che immaginiamo le resistenze che avrà trovato in azienda, ma che comunque ha raccontato il cambio di rotta dalla “chiusura iniziale” (i programmi rai solo su portali rai) all’apertura a You Tube e alla scoperta che, lì, si poteva aprire un nuovo business, persino utilizzando il lavoro degli utenti che mettono on line i materiali RAI. Insomma, si monetizza il lavoro degli utenti, evviva! Cos’ le aziende la smettono di piangere sulla pirateria? Macché. E’ la volta di Lamberto Mancini, dell’Anica, che ci spiega che il film ha un modello economico diverso, che richiede alti budget e che la pirateria secondo l’Anica danneggia più i piccoli produttori che non le grandi Mayor. Nega che possa esserci un modello di business alternativo (glielo troverà Google, come ha fatto con la rai…Ma a che ci servono questi dirigenti se sono incapaci di immaginare scenari diversi?),  e ripropone il fatto della necessità di una palinsesto che cadenzi le uscite e la visione, proprio mentre i consumi culturali vanno esattamente nella direzione opposta delle “library”, dove l’utente sceglie cosa dove e quando…. De Biase ha provato a stimolare l’ospite sollecitando ipotesi su un utilizzo delle clip che possano generare nuovo business (come se già non fosse così, You tube non è forse il principale canale di promozione dei film esistente!, non è business, questo?), ma l’Anica fa davvero fatica a immaginare mondi diversi. Come la fa la RAI, quando dal pubblico qualcuno chiede “perché non proponete i vs prodotti al resto del mondo sottotitolandoli?” e Portante risponde che da un lato non hanno i diritti (sic…) dall’altro i costi supererebbero la poca domanda… (ignorando tutto il mondo dei traduttori on line e dei sottotitoli alle opere che poi girano per la rete…mah!). Forse ha ragione solo per il fatto che i prodotti nostrani televisivi sono poco esportabili, ma non sarebbe il caso di provare a cambiare i contenuti? Più interessante l’esperienza raccontata da Alessio Bertallot, dj radiofonico, di una sorta di “social dj”, con gli utenti che propongono le loro canzoni e il dj che sceglie tra le varie proposte dopo averle ascoltate direttamente e, sempre direttamente, collegando la radio ai link proposti, insomma la radio come amplificatore dei link del web, con il dj che diventa una sorta di mediatore culturale che sceglie tra gli User-Generated Content. 

Filippo-Rossi-direttore-di-Fare-Futuro-Web-e-Caffeina Infine sorprendente la lucidità intellettuale di Filippo Rossi, del Festival Caffeina di Viterbo (nonché direttore del magazine di Fare Futuro), che ha esordito con un incoraggiante “la cultura è connessione”, dove Internet è una grande occasione di libertà e dove ci sono solo dei disperati tentativi di mettere degli steccati intorno a un’ampia prateria. Oggi non esistono più le biblioteche chiuse, private, perché ragioniamo culturalmente anche con le biblioteche che gli altri condividono con noi.  E, soprattutto, non si deve dare confine alla nuova frontiera.

Su questa immagine western che noi di Sentieri selvaggi non potevamo non cogliere e apprezzare, Luca De Biase ha provato a dare delle indicazioni di massima: la frontiera non deve avere dei confini; la piattaforma non deve essere una gabbia (si pensi soprattutto all’internet mobile); la rete deve essere salvaguardata nella sua neutralità.

Ci sembrano tre piccoli punti per un grande progetto di libertà, e se questo incontro ha avuto un senso, è nel dimostrarci che la rete, al contrario della stampa e della tv che crea delle false ideologie, sta superando gli steccati e, come ha sottolineato Filippo Rossi, le persone si avvicinano e incontrano sui contenuti e non più sulle etichette.

Del resto, come ha detto il grande David Weinberger, We are the Medium, ora. E i messaggi saranno tantissimi e in tutte le direzioni…

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