MILANO 21 – "Abuelos", di Carla Valencia Dàvila (Concorso Documentari)
Abuelos significa nonni e Carla Valencia Dàvila, con questo suo film, compie un’operazione con molteplici effetti: si riappropria della memoria familiare, riscopre oggetti e reperti la cui sola esistenza diventa tacitazione del bisogno del ricordo, ricostruisce il clima storico dei tempi del golpe in Cile ponendo gli effetti di questo dramma collettivo sotto la lente d’ingrandimento del racconto familiare. Tutto questo con la sensibilità e la sincera vocazione che l’autrice dimostra nel filmare i sentimenti
Abuelos significa nonni ed è su queste due figure familiari che si spinge l’indagine di Carla Valencia Dàvila e questa volta davvero di indagine si tratta, seppure tutta personale utile a ricostruire le figure dei propri nonni, ma altrettanto necessaria – crediamo – per la stessa autrice più di quanto si possa immaginare.
Due personaggi sicuramente non comuni i due nonni di Carla Valencia Dàvila, l’uno Remo ecuadoriano medico autodidatta e ricercatore del farmaco che potesse garantire l’immortalità, guaritore e un po’ sciamano con numerosi risultati positivi nella pratica della sua medicina. L’altro, Juan, del nord del Cile, politicamente impegnato, comunista e sostenitore di Salvador Allende, sarà una delle vittime del golpe fascista del 1973.
La Valencia Dàvila compie un’operazione con molteplici effetti. Si riappropria, nel modo più autentico, della memoria familiare, facendo emergere dall’indagine, affinità e differenze tra i due propri antenati, riscopre oggetti e reperti che, se pure gelosamente custoditi, non costituivano patrimonio utilizzato. Nell’ambito familiare, il doloroso senso di definitiva perdita che suggerisce la memoria del passato, non è consolato dagli oggetti o dalle riproduzioni video o audio. La loro esistenza, solo quella, in una sorta di abbandono condiviso da tutta la famiglia, diventa tacitazione del bisogno del ricordo, il passato trova un proprio luogo, ma l’accesso non è frequente. Anche in questo caso, le riproduzioni in audio di nonno Juan custodite dai figli, non sarebbero state più ascoltate se non fosse arrivata l’autrice a riesumare il reperto con effetti emozionanti per l’intero nucleo familiare e perfino per gli spettatori, autenticamente commossi da questa voce che arriva dal passato.
In questo sforzo ricostruttivo la Valencia Dàvila ottiene un altro risultato che costituiva di certo uno
dei suoi obiettivi. Abuelos, infatti, ricostruisce il clima storico dei tempi poiché se è vero che il nonno Remo, l’ecuadoriano, spicca per una sua originalità, grazie ai propri studi alternativi sulla medicina, è altrettanto vero che il nonno Juan, il cileno, è da considerarsi protagonista del periodo più tormentato della storia recente del Cile. La memoria personale, i trascorsi familiari, diventano l’applicazione più concreta degli effetti del regime golpista. Cosicché il lavoro dell’autrice ha l’effetto diventare anche una ricostruzione storica di quegli anni in una prospettiva tutta personale, anzi tutta familiare proprio perché posta sotto questa lente d’ingrandimento che rende più efficace il racconto del dramma. Questo lavoro di lenta, progressiva e sempre maggiore definizione del quadro complessivo, sotto il profilo storico, è condotto dalla regista, attraverso una consapevole accettazione di quel passato. La Valencia Dàvila sopisce la rabbia, per il nonno trucidato su una spiaggia cilena e seppellito in una fossa comune di cui è stato difficile perfino individuare l’esatta sede, filmando con sensibilità la sequenza dolorosa della scoperta del corpo, alla presenza di alcuni dei figli, zii della regista. In questa lunga ed elaborata sequenza il film non ha scosse e il suo fluire sul filo del sentimento non lascia il posto ad altri e più gravi che possono solo intuirsi. Questo controllo è il segno di una raggiunta maturità, di una indubbia attitudine alla comunicazione alla quale il film è anche destinato. In questa prospettiva il lavoro della regista ecuadoriana si arricchisce dei quella sensibilità e sincera vocazione necessaria per filmare i sentimenti, perfino quelli più intimi e personali. Questo lavoro di rifugge da qualsiasi insistita volontà di commuovere a tutti i costi, mantenendo invece una certa “freddezza” che non è distanza, ma il desiderio di lasciare sulla soglia tutto ciò che è superfluo. Il senso di questa operazione si percepisce nel commento della stessa autrice. Il testo, mai enfatico, intende condurre il documentario sempre su una traccia rigorosa, di sentimenti senza sentimentalismi, di comunicazione dell’emozione senza mai indulgere a facili e prevedibili suggestioni che l’argomento offre a piene mani.
La Valencia Dàvila dimostra, d’altra parte, una propria personalità anche nell’uso delle immagini. II suo film - sono state le sue stesse parole in sala a confermarlo - si costruisce anche attraverso il tentativo di tradurre gli stati d’animo che i due nonni rispettivamente le suggerivano: i luoghi vuoti, freddi e desertici del nord del Cile per il nonno Juan e uno sguardo quasi entomologico sulla natura nelle sue minute manifestazioni per il nonno Remo. Questi inserti costituiscono un filo rosso costante e sicuro all’interno del film. Elementi che servono ad legare i temi che a volte si succedono, senza soluzione di continuità, quasi a volere sottolineare che, in fondo le due figure nella memoria si sovrappongano l’una all’altra, così come nel sogno, così come nel ricordo.
Si tratta di un attento lavoro che, con discrezione, personalizza il film che raggiunge i risultati anche grazie alla costante e mai invasiva presenza della stessa regista che offre il proprio volto quasi a volere sottolineare che il film ha una propria indispensabilità. Una ricerca che ha il sapore dell’omaggio al passato, in vista del futuro.
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