MILANO 21 – "The Neighbor", di Naghmeh Shirkhan (Concorso lungometraggi)
The neighbor segna l’esordio alla regia dell’iraniana Naghmeh Shirkhan. Il suo film alimenta un cinema in cui appaiono centrali i sotterranei rapporti tra i personaggi che vivono vari gradi di relazioni irrisolte. La regista lavora su una fitta tessitura di immagini per mostrare i sentimenti, evidenziare le solitudini mettendo a fuoco, con incisiva efficacia, ogni sottesa emozione nei rapporti tra le tre donne. Costruisce una storia d’amore tra madri e figlie, ma anche una profonda riflessione sull’insostituibile valore dei rapporti umani
Vari gradi di relazioni irrisolte compongono il tessuto narrativo e concettuale di The neighbor che segna l’esordio dell’iraniana Naghmeh Shirkhan film realizzato grazie alla produzione di Amir Naderi.
Shirin, Leyla e Parisa sono le protagoniste, la prima insegna danza, è volitiva e determinata con il peso di un passato difficile segnato dai conflitti con la madre; Leila giovane madre di Parisa, divisa tra un legame d’amore senza futuro e la cura un po’ distratta per la figlia. Shirin e Leila sono vicine di casa, sono iraniane, ma sradicate dal loro paese d’origine abitano in Canada. Shirin non approva le continue assenze di Leila che per incontrare il suo uomo lascia sola a casa la piccola Parisa, con discrezione entra nella sua vita e comincia a prendersi cura di Parisa. La tensione dei rapporti si dissolve quando Leila comprenderà i propri errori e assumerà le responsabilità del proprio ruolo.
L’esordio alla regia di Naghmeh Shirkhan è di grande interesse. L’autrice iraniana alimenta una cinema in cui appaiono centrali i sotterranei rapporti tra i personaggi, il film, infatti, con una fitta tessitura di immagini, sempre molto controllate, mostra i sentimenti, evidenzia le solitudini mettendo a fuoco, con incisiva efficacia, ogni sottesa emozione nei rapporti tra le tre donne. La apparente banalità del quotidiano, che è il terreno di coltura nel quale nascono e crescono le relazioni tra le tre protagoniste, nasconde e comunica questi sentimenti, scompone e ricompone i legami. La Shirkhan, utilizzando le prospettive di un cinema quasi documentaristico nel suo rapporto con la quotidianità, con una antispettacolarità che valorizza il sentire dei propri personaggi, è molto attenta nell’attribuire significato ai gesti ordinari, ai soliti e routinari atti delle sue protagoniste. L’osservazione è soprattutto centrata su
Shirin che è il motore iniziale e imprescindibile della vicenda, la sua solitudine che è anche rassegnata malinconia per un passato irrisolvibile, è segnata dall’amplificazione dei rumori che si producono durante le quotidiane pulizie, lo stridere del panno sul vetro, i rumori dei tacchi sul pavimento. Ma poi arrivano Laila e Parisa, le sue vicine di casa, che le sconvolgono la vita, ma la riaccomodano anche, nel senso che Shirin sembra trovare una ragione in più, una rinnovata vitalità.
È proprio questo il nucleo del film, la dove la silente creatività della regista si esprime al meglio, celando, sotto un’apparente racconto di sentimenti incrociati, la narrazione di storie private, relazioni, tutte di natura materna, del tutto irrisolte. Shirin con la propria madre, Leila con la figlia Parisa, quest’ultima, invece instaura un rapporto di carattere “materno” con Shirin che non riuscirà a costruire una solida relazione con Leila. Si tratta di un labirintico gioco di rapporti che diventa ancora più ricco, addensando attorno a se tematiche più interessanti che andrebbero indagate, se si pensa che nella vita reale Shirin e Leila sono madre e figlia.
Il film della Shirkhan è, come si legge dalle sue dichiarazioni, una storia d’amore tra madri e figlie, ma è anche una profonda riflessione sull’insostituibile valore dei rapporti umani, sulla forza che generano nel colmare i vuoti, i vuoti della distanza, i vuoti delle assenze, quelli di uno spaesamento perenne di chi vive lontano dalle proprie tradizioni. Questi i vari gradi di relazioni irrisolte che il calore del film della regista iraniana vuole affrontare, in una prospettiva assolutamente distante da qualsiasi tradizione cinematografica iraniana.
The neighbor è un film che vuole offrire una soluzione, sembra volere sciogliere questi nodi, sembra lavorare per riaprire i cuori, colmare i vuoti delle assenze, riportando a fatica la gioia nella vita delle tre donne. Questa progressione è accompagnata da piccoli segnali con un’operazione che specularmene ripete l’altra già tesa a sottolineare la solitudine di Shirin. Progressivamente le due dirimpettaie, in questo ondivago andamento dei loro rapporti, sembrano volere abbattere le barriere anche fisiche così le porte dei due appartamenti si aprono, restano spalancate a lungo nelle inquadrature, i rapporti si rinsaldano anche se ancora su vecchie e irrisolte tensioni, presto, molto presto, dopo un’ennesima fuga di Leila e una nuova manifestazione d’amore di Shirin verso Parisa, che si traduce in segno d’amore anche nei confronti di Leila, le tre donne si ritroveranno insieme e sembrano dissipate le ombre che pesavano sul loro presente.
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