XII FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO – La qualità e la lungimiranza
Si conclude l'annuale manifestazione leccese con un bilancio positivo, rafforzato da scelte intelligenti e da un programma incentrato sulla qualità delle proposte e sulla solidità di un progetto che, visto nella sua interezza, stabilisce proficui legami con differenti realtà e forme espressive
Sulla carta sembrava che l'edizione numero 12 del Festival del Cinema Europeo dovesse segnare un semplice momento di passaggio, senza provocare particolari scossoni nel cuore della città e degli appassionati di cinema. Nell'anno delle polemiche (giuste) per i tagli alla cultura, che non hanno risparmiato anche la piccola/grande rassegna salentina, l'assenza di nomi e anteprime di rilievo, unitamente all'incognita del cambio di location (la “storica” multisala Santalucia è stata rimpiazzata dal più centrale cinema Massimo) sembravano far presagire un risultato sottotono. Errore. In realtà oggi possiamo affermare con soddisfazione che il direttore Alberto La Monica e il suo staff hanno avuto l'occhio più lungo di noi addetti ai lavori e hanno dimostrato esattamente il contrario: che non sono i nomi e gli eventi a fare la qualità, ma un programma solido e una gestione lungimirante che oggi consegna alla città un appuntamento rinnovato e in continua crescita. Non è casuale che, nell'ambito del concorso internazionale lungometraggi, il vincitore dell'Ulivo d'Oro si porti a casa anche il riconoscimento del pubblico, segno di una volontà che riesce a unire anziché frammentare, come è in fondo lo scopo di un festival che si fregia del marchio transnazionale del “Cinema Europeo”.
The Woman with a Broken Nose di Srdan Kolievic è, a ben vedere, anche il titolo giusto per sintetizzare la ricetta di un festival riuscito: perché viene da quel coacervo di etnie e malesseri che è la ex Jugoslavia, e racconta tre storie unificate dall'ombrello della donna eponima, che si presenta in un taxi con il viso insanguinato e, di fronte alle rimostranze del tassista, si getta dal ponte che divide in due Belgrado. Ne scaturisce un dramma umano raccontato con la levità della commedia da un regista che ha alle spalle una solida carriera di sceneggiatore e lo dimostra giostrando stili e livelli della narrazione, con un ritratto di umanità disgregata che diventa anche una girandola di possibili storie d'amore fra i protagonisti, alle prese con il peso del passato e le possibilità offerte dal futuro. Un'opera composita e affascinante.
A questa va unito l'altro grande successo del festival, quello dell'albanese Amnesty, di Bujar Alimani, altra storia di un (im)possibile legame fra un uomo e una donna che si conoscono mentre fanno visita in prigione ai rispettivi coniugi in virtù di una direttiva governativa che concede alle coppie sposate un'ora di colloquio privato. Un appuntamento che diventa spesso occasione per un sesso rabbioso fra congiunti tanto vicini fisicamente quanto lontani spiritualmente, all'interno di una società dove dominano istinti patriarcali e convenzioni difficili da superare. Meno elaborato del vincitore, il film riesce a lavorare sulle sfumature e i mezzi toni, salvo sorprendere con l'inattesa e durissima svolta finale.
La traccia unificante delle dieci storie in concorso è stata dunque quella della necessità di stabilire un filo comunicativo fra realtà differenti: diversamente che in passato le scelte si sono orientate su pellicole più intime, sicuramente non prive anche di legami con l'attualità (pensiamo al Man at Sea di Constantine Giannaris sul tema dell'immigrazione che riempie le pagine dei giornali), ma che stavolta hanno preferito lasciare lo sguardo sulla specificità del territorio in secondo piano, per concentrarsi sui personaggi quali tasselli principali di un racconto capace di generare empatia con lo spettatore. Sarà anche per questo che la scelta di retrospettive come quella dedicata a Toni Servillo e al grande produttore Paulo Branco ci pare azzeccata: meno spazio all'individualità del regista e più a figure capaci di stabilire ponti con altre realtà artistiche (il teatro sempre tirato in ballo da Servillo nei suoi discorsi) e produttive. Il segno più evidente di un festival che unisce e costruisce la sua realtà, il suo pubblico e, perché no, anche la sua fortuna: un appuntamento da prendere a esempio.
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