CineMondo - "Massaker", di Monika Borgmann, Lokman Slim e Hermann Theissen
Fare luce su un massacro sconcertante attraverso il buio impresso su facce anonime. Da tale semplicissimo presupposto estetico si dipana tutto lo sforzo registico di Borgmann, Lokman e Theissen in questo scioccante e radicale tour de force cinematografico. Un documentario che ci presenta il punto di vista di sei dei carnefici del massacro palestinese di Sabra e Shatila, in Libano, nel lontano 1982. E noi spettatori rimaniamo terribilmente “soli” in balia delle nostre domande
Fare luce su un massacro sconcertante attraverso il buio impresso su facce anonime. Da tale semplicissimo presupposto estetico si dipana tutto lo sforzo registico di Borgmann, Lokman e Theissen in questo scioccante e radicale documentario. Siamo in Libano, nel 2004, dove sei testimoni di uno dei più cruenti atti di ferocia che il Medioriente ricordi - messo in scena anche nel recente Valzer con Bashir di Ari Folman: a Sabra e Shatila tra il 16 e il 18 settembre 1982 una spedizione di milizie cristiane libanesi inferocite per l’assassinio del leader Bashir Gemayel, in un area controllata dagli israeliani, trucidarono migliaia di palestinesi rifugiatisi in Libano – ricordano e raccontano quei momenti che li videro protagonisti principali. Ed è già in questo assumere in toto il punto di vista dei carnefici e non delle vittime che viene marcato un evidente scarto rispetto alla maggior parte dei documentari rievocativi del genere. Non ci sono interventi esterni da parte dei registi, non ci sono filtri di immagini di repertorio o testimonianze terze che spieghino: noi spettatori siamo terribilmente “soli” insieme a queste sei persone senza volto (perché al buio o perché incappucciati), che con una agghiacciante naturalezza ci parlano del come e del perché collaborarono ad un simile sterminio: «uccidere tutto ciò che respira: uomini, donne, bambini, animali. Questo era l’ordine». E allora in questo scavo nerissimo nella psiche umana, si riescono a intravedere improvvisi squarci di luce su una moltitudine di sconvolgimenti sociopolitici che hanno attanagliato ed attanagliano tuttora quella zona ed il mondo intero: il caos percettivo di esseri umani nati e cresciuti con (e nel mito della) guerra, incapaci di non avere un nemico da contrastare per definirsi come esseri e come gruppo, produce una terribile svalutazione del concetto di “morte”. «Volevamo dare un messaggio, ma non so bene a chi…». Ecco che queste testimonianze crude ci dipingono violenze realissime e nitide (tenute sempre fuori campo dai registi) associate a miti di celluloide come i western, o a dinamiche di gruppo tipiche dei gangster movie. In quelle parole, insomma, alberga una sconcertante infantilità giocosa: nel modo in cui si parla di armi, morti, sgozzamenti e guerra. Come funerei giocattoli nelle mani sbagliate.
Passando ad aspetti più puramente cinematografici, è certo che la radicalità dell’approccio registico (ambienti angusti e poco illuminati, con continui campi medi sui soggetti senza volto che vagano in queste stanze parlando incessantemente) mette a dura prova lo spettatore e le sue capacità di resistenza “fisica”. Si deve letteralmente faticare per vedere luce sullo schermo, arrivando inevitabilmente ad uno stato di simil claustrofobia. Ma è certamente una scelta figlia dell’argomento trattato: lo spettatore non deve solo “sapere”, ma quanto più possibile interrogarsi e “vedere” attraverso quei volti bui. Domande spietatamente atroci instillate sottotraccia alle quali ognuno, nel privato, forse potrà tentare un abbozzo di risposta.
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