RENDEZ VOUS Appuntamento con il cinema francese - "Le donne del 6° piano", di Philippe Le Guay (anteprima)

Philippe Le Guay (già sceneggiatore di successo per Nicole Garcia) non possiede né l’ironia sferzante di Bertrand Blier né tantomeno la furia postmoderna di François Ozon, rimanendo costantemente confinato in un limbo periferico in cui si respira la classica aria consumata del museo. E il film appare come una riflessione fuori tempo massimo sui meccanismi sociali e (cosa ben più grave...) sui modi di racconto cinematografico all’interno del genere “commedia”

Le donne del 6 piano

“Al raffinato e al sottoproletariato spetta la stessa ordinazione gerarchica dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia”  -- Pier Paolo Pasolini

 

Differenza di classe, gerarchia sociale, servi e padroni. Sembravano concetti morti e sepolti nel secolo scorso, disintegrati dalla sconfitta delle ideologie o dalla globalizzazione di ogni sentire privato e pubblico. Eppure sono parole che continuano ad avere una valenza simbolica e “politica” che evidentemente sopravvive ancora (e Pasolini, forse, non morirà mai…). La commedia sofisticata francese, a tal proposito, ha sempre inquadrato il turbolento ingranaggio del rapporto di classe, potenziandolo con un’accentuazione ironica di tali differenze in modo da raccontare il complesso tessuto sociale della Nazione: quella Francia da un lato snob/aristocratica e dall’altro laboratorio multietnico in continua evoluzione. È proprio in questa tradizione cinematografica che si inserisce il film di Philippe Le Guay (già sceneggiatore di successo per Nicole Garcia), ritornando nella Parigi gaullista degli anni ’60, in cui la ricca borghesia conservatrice tiene le redini economiche del Paese e si scontra con i continui movimenti migratori. La storia è quella di Jean-Louis, ricco proprietario di una agenzia finanziaria, e della sua annoiata moglie Suzanne che improvvisamente si troveranno a scoprire e convivere con un mondo nuovo situato proprio nel soffitto del loro palazzo. Al 6° piano appunto, dove un gruppo di donne spagnole in fuga dal franchismo e dalla guerra civile vivono e lavorano come servitù domestica per i ricchi “padroni” dei piani inferiori. E quando la bella e giovane Maria prende il posto della loro anziana governate francese, messa alla porta senza il minimo di gratitudine, si instillerà una spirale “rivoluzionaria” nella “tradizionale” monotonia della casa di Jean-Louis. Ecco che lo scontrarsi con il calore dei sentimenti (pian piano l’uomo si innamorerà della bella spagnola e della simpatia travolgente delle sue compagne) lo porterà ad abbracciare e condividere un mondo (quello proletario appunto) che sino ad allora non riusciva nemmeno lontanamente a vedere. L’alterità delle colorate donne iberiche incarna pertanto una Europa più povera e genuina che rompe l’ordine costituito della vecchia borghesia stagnante, ma che sotto sotto sogna di essere "riconosciuta" da essa: il tutto confezionato con i toni ironici e farseschi che si rifanno chiaramente ad un certo genere di commedia francese. Ed eccoci arrivati al punto: il film di Le Guay ha dei gravi difetti di fondo, presentandosi come una riflessione fuori tempo massimo sui meccanismi sociali e (cosa ben più grave) sui modi di racconto cinematografico all’interno del genere commedia. Il film procede con uno schematismo altamente scolastico che alla lunga raffredda ogni empatia spettatoriale, denotando anche un certo conservatorismo indiretto che era classico di certo cinema anni ‘50 (l’invasione dell’ufficio finanziario da parte delle donne spagnole che hanno scoperto come investire i pochi risparmi, rappresenta chiaramente una visione dall’alto di un capitalismo illuminato e comprensivo), dando così al film un gusto spettrale, quasi museale. Insomma, Le Guay non possiede né l’ironia sferzante di Bertrand Blier né tantomeno la furia postmoderna di François Ozon, rimanendo costantemente confinato in un limbo periferico in cui si respira la classica aria consumata del museo. Un museo sicuramente impreziosito da ottime interpretazioni (Fabrice Luchini e Carmen Maura su tutti) e da tempi comici a volte efficaci e ben ritmati, ma per lo spettatore resta terribilmente difficile scrollarsi di dosso la netta sensazione di trovarsi in tutti i sensi "fuori dalla storia"...

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