Divergenti 2011: Bellezza, forza, consapevolezza. Dal 4° Transgender Film Festival (1)
Nel secondo giorno di Divergenti Transgender Film Festival (20-22 maggio, Bologna) si riparte dalla Bellezza, nel suo senso più profondo: forza, autodeterminazione, consapevolezza. Foto, recensioni e video dei cortometraggi: Señorita, La visita, Nel lavoro di Sandra, Remember me in red
Nel secondo giorno di Divergenti Transgender Film Festival (20-22 maggio, Bologna) si riparte dalla Bellezza, nel suo senso più profondo: forza, autodeterminazione, consapevolezza.
Nella presentazione dei corti e dei due lungometraggi del giorno, Porpora Marcasciano e Luki Massa descrivono Divergenti, come un momento di produzione culturale e politica fondamentale, specialmente "in un paese in cui la bellezza ci è stata scippata, la cultura si è ridotta a zero, e la violenza contro le persone trans e il pregidizio crescono esponenzialmente con il dilagare di un vuoto di cultura e di informazione". Lo scopo: sradicare lo stereotipo, spesso negativo, nei confronti delle persone trans, attraverso il racconto di vite, persone, modi di essere e di agire.
Questa quarta edizione di Divergenti, unico evento in Italia dedicato all'universo transgender (ridotto in termini di durata e di disponibilità delle sale, ma sempre eccellente in termini di qualità della selezione) ha scelto di non soffermarsi su una rigida separazione tra documentario e fiction, privilegiando una serie di opere che galleggiano fluide tra la cronaca di momenti quotidiani e il sogno che ci accomuna tutti: essere presenti.
Testimoniare la propria presenza nell'universo, rivendicare che al di là della forma, delle classificazioni di genere,
dell'anagrafe e della percezione da parte di una società votata all'ignoranza e ai facili luoghi comuni, si sta attraversando l'esperienza universale della condizione umana con i suoi istanti folgoranti: il lutto, la morte, l'amore, la condivisione totale. La percezione di sè, quell' io è un altro che coniava Rimbaud, che riecheggiava nelle pagine di Artaud. La percezione del mondo, il suo rifiuto, il suo abbraccio. La paura, il coraggio. La perdita, la rinascita.
Il motivo ricorrente nelle pellicole proiettate è la rappresentazione di quei mutamenti, di quei transiti di genere in genere, di identità in identità, che hanno poco a che fare con il mero aspetto della sessualità, come superficialmente spesso si intende, e vanno invece a toccare tutte le sfere dell'esistenza umana. Una narrazione che grazie all'uso del digitale, perlopiù a bassissimo budget, non teme di far letteralmente entrare nella fiction operatori e troupe, e sovente viene fatta "sulla pelle" da registi e attivisti che sono anche attori (della propria vita e delle proprie opere). In tutte le opere il passato non viene esibito o sfruttato come una cicatrice particolarmente evidente, ma narrato tra le righe, concentrandosi su un presente in evoluzione.
Si esce dalle proiezioni con la percezione limpida che da queste storie – il bisogno di certezze, la necessità del lavoro, la ricerca dell'amore – dicano qualcosa su un transito che va sperimentato da tutti, lo stesso minuscolo, maiuscolo romanzo che Malick ha saputo filmare in The Tree of Life: la vita stessa.
Il corto Señorita (2009), propedeutico a un lungometraggio, è girato a basso budget come nel miglior cinema filippino, di cui riunisce alcuni talenti: il production designer è Armi Rae Cacanindin (con Raya Martin per Independencia), il montatore Charliebebs Gohetia (con Brillante Mendoza per Tirador) e delle musiche si è occupata Teresa Barrozo (miglior colonna sonora originale al Sitges International Film Festival per Kinatay, sempre di Mendoza).
Vincent Sandoval è regista e anche interprete nel ruolo di Laura, che ha fabbricato l'inganno più dolce e doloroso: trasferitasi in provincia, dove si prende cura del figlio adolescente di un'amica, è costretta a mentire sui suoi frequenti viaggi notturni a Manila. I vecchi clienti, l'uomo che li contatta su percentuale, un locale oggi deserto, i fantasmi del passato riaffiorano nella notte per svanire all'alba, quando Laura può finalmente rientrare nella sua nuova vita. Ma prima, si reca in una gioielleria per comprare una corona: al ragazzo, che adora, dice di allontanarsi per partecipare a un concorso di bellezza, che immancabilmente vince. Concepito come un noir dei nostri tempi, Señorita è una sfilata di corone lucenti che vegliano il sonno del ragazzo, orgoglioso di vivere con una regina. Un ragazzo che innocentemente smaschera la sua affettuosa bugiarda, regalandole una macchina fotografica nuova di zecca con cui lei potra finalmente immortalare uno dei suoi trionfi.
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La visita (2010) del cileno Mauricio Cutto López racconta con pudore e mezzi al minimo il ritorno a casa di Paula per la morte del padre. Con pochi tocchi – le macchie sui cuscini, gli ambienti modesti, le incombenze per il funerale, quando con la preparazione del vestito e alla quantità delle persone si cerca di tenere in scacco il dolore; Paula che lava i capelli alla madre come in una Pietà domestica – il regista riesce a disegnare l'assenza: del padre ora deceduto, ma soprattutto di quando era ancora in vita. Il tentativo della madre di riempire il silenzio con un amore a posteriori "sono sicura che avrebbe voluto vederti" ci lascia indovinare il conflitto del passato, il rifiuto dell'uomo, ormai definitivo. Ma solo quando la madre, ingenuamente, dichiarerà "ora sembri proprio una donna", scatterà l'abbraccio improvviso e commovente di Paula, il suo abbandono. Per un attimo, Paula si riallaccia alla sua infanzia, sedendosi sull'altalena-copertone in giardino, guardando il mondo "al contrario" a testa in giù, da un'altra prospettiva, come facevano tutti i ragazzini del primo Shyamalan.
Nel lavoro di Sandra (2006) del giovane filmaker Giangiacomo De Stefano (presente in sala con un breve intervento) è un documentario su quella che Sandra, elegante, rari sorrisi, definisce salire una scalinata: i passi che hanno portato da una rivendicazione a petto nudo sui bordi di una piscina fino al riconoscimento del MIT come luogo necessario ad affrontare le esigenze delle persone trans e a difenderne i diritti. Più che il linguaggio visivo, che soffre del passare degli anni e resta un po' convenzionale, sono le questioni sociali, semantiche e umane a dare valore al corto: oltre alla scelta di far entrare gradualmente nello spazio della ripresa chi riprende, intervista, cattura, come a sottolineare che la vita di Sandra non ha bisogno di essere in alcun modo reinventata artificialmente.
Commentato con lucidità da Marcella Di Folco, memoria storica del movimento transgender, e da Porpora Marcasciano, il cammino di Sandra verso la sua vita ideale – semplicemente una casa sua, persone che le vogliono bene, la sicurezza del lavoro – è intessuto di nodi capitali, accennati senza compiacimento da talk show e senza invadenza: il rapporto con la famiglia, la difficoltà durante i colloqui di lavoro, i problemi sanitari, gli eserciti di "fondamentalisti cattolici" totalmente ignari della realtà che stigmatizzano.
Nel tempo, la crescita personale di Sandra e i risultati ottenuti dal movimento passano attraverso un superamento anche linguistico del pregiudizio: da travestito a transessuale, da transessuale a transgender: o semplicemente trans, come trasformazione graduale non solo del proprio corpo e della propria immagine, ma del sentirsi. Si mette in luce con equilibrio l'ossessione dei media per il legame coatto con la prostituzione, che intelligentemente viene riconosciuto come un dato di fatto - non solo come scelta forzata ma anche come unico spazio in cui, fino a poco tempo fa, la persona trans poteva sentirsi riconosciuta, apprezzata: poteva esistere. Ma anche spezzato: vengono raccontate le alternative concrete, come le borse lavoro, che rappresentano la possibilità dell'inclusione. Non è il percorso in sè ad essere necessariamente doloroso: la discriminante è se avviene in solitudine o no. E con il supporto e la condivisione arriva anche lo scambio reciproco: "Non puoi solo prendere" è la consapevolezza di Sandra.
Infine, uno dei corti più belli di Divergenti: Remember me in red (2010) già presentato al 26° Torino GLBT Film Festival, diretto da Hector Ceballos. Parte dalla morte, l'unico evento che mette fine alla possibilità del mutamento, per raccontare l'urgenza del mutamento. Sul corpo di Alma Flora (interpretata dalla splendida María Roman, attivista transgender portoricana) a causa della vigliaccheria dell'ex amante Flaco e dell'incapacità dei genitori messicani di accettare la sua nuova natura, è stato commesso lo sberleffo finale: nella bara, al suo funerale, le hanno legato i capelli e messo un grigio abito maschile da commesso viaggiatore. Insomma, l'hanno riportata al suo stato biologico di Alejandro, contro la sua volontà. Con affetto e umorismo ("l'hanno vestita da lesbica, se si vede così muore!") il corto racconta la tenerezza e la gratitudine della migliore amica Fidelia e di un gruppo di trans latine verso Alma Flora, morta suicida per amore: nella notte riusciranno a truccarla e a farle indossare il vertiginoso abito rosso con cui avrebbe voluto essere sepolta. Un film semplice e toccante, sia per i contenuti - chi fa il passo della comprensione è proprio Fidelia, che rende ai genitori un album di foto di Alejandro – che per il linguaggio: il fantasma in carne e ossa di Alma Flora, neppure irritato, ma ironicamente sorridente tra le lacrime, in abito e cravatta, che posa finalmente la testa sulla spalla della madre, seduta in prima fila di fronte all'addio a se stessa.
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