DIVERGENTI 2011 - Ångrarna (Regretters), di Marcus Lindeen
Mikael e Orlando hanno circa 60 anni: nati uomini, mutati donne, tornati indietro: o andati avanti? L'uno più pesantemente ancorato alla terra, l'altro etereo, mossi al mutamento da diversi amori, diversi sogni, oggi al centro di un'età selvaggia entrambi incarnano in scena le loro vite, rompendo l'odioso fraintendimento, che dura da secoli, della scissione tra corpo e mente, anatomia e spiritualità. L'identità è un tentativo, non un dato di fatto; perchè questo soggetto continuamente spossessato, popolato, multiplo, anche nei suoi rimpianti, non fa che affermare luminoso il mutamento contro lo stato d'essere, la dispersione contro l'ordine, il desiderio contro la gerarchia.
Sostenuto dal Norwegian Film Institute, celebrato come miglior documentario all'Eurodokfestival e al Prix Europa 2011, ospite della Documentary Fortnight 2011 al MoMA e vincitore di numerosi premi nei festival queer, e non, di tutto il mondo, Regretters ha un dono raro. Alla fine di 58 minuti fatti esclusivamente di un dialogo faccia a faccia tra due persone, senti che avresti potuto continuare ad ascoltarle per ore, e che l'unico rimpianto del titolo è il tuo, di non poter scavalcare lo schermo come in Broadway Danny Rose, prendere una sedia e unirti alla conversazione. Anche qui, come in altri film di Divergenti, si svelano subito senza nasconderli il make up, gli operatori, le luci, il set: poi Orlando e Mikael restano soli, restano in tanti: l'uno, l'altro, i molteplici altri che ciascuno è, è stato e potrà forse essere.
Era difficile mantenere sullo schermo un'onestà intellettuale profonda, conservando una messa in scena di stampo teatrale, scarna e insieme barocca, quasi che Orlando e Mikael fossero il bianco e il nero di Cormac McCarthy in Sunset Limited, diversi e simili, uno di fronte all'altro con in mezzo la vita, la tentazione del suicidio, la febbre gaia dell'andare ancora avanti, ancora in un'altra direzione. Eppure Lindeen ci riesce, semplicemente lasciando soli al centro del discorso finalmente coloro che il discorso l'hanno prodotto, vissuto, creato. Questa storia ha una gestazione magica: quando si è imbattuto nella storia di Orlando e Mikael, anche a causa delle iniziali reticenze del secondo, Marcus Lindeen ha saltato l'ostacolo scrivendo una pièce teatrale sul loro incontro, con due attori chiamati a interpretare i protagonisti. Solo in seguito è riuscito a girare il film, nel corso di due anni.
Regretters scavalca con sottile lucidità ogni pericolo di retorica: anche le diapositive e i filmini in super8 che scorrono nel film viaggiano lontano mille miglia dal ricatto della nostalgia. Sono come oggetti trasportati dal vento sul marciapiede di una strada, che diventano poetici per caso. Le immagini d'epoca di Christine Jorgensen che saluta da diva, radiosa nella sua felicità, servono a tradurre simultaneamente il sogno di Mikael e Orlando di una vita migliore. Il costume quasi da cerimonia di Orlando, che si ribattezza Isadora come la Duncan, che custodisce la favolosa eleganza delle sue vecchie mani, è lo stesso velluto rosso che indossa nella vita: "è chiaro, io voglio essere notato"; al contrario, l'aspetto ordinario di Mikael, da pacifico signore di mezza età, è la sua invocazione a ritrovare l'aspirazione di sempre, da donna o da uomo: "voglio essere convenzionale, seguire la norma". Eppure vivere da donna gli ha insegnato molto: prima di tutto, che è più difficile ottenere non il potere, ma solo il rispetto.
Nel film torna un tema ricorrente di queste giornate di Divergenti, spiegato a chiare lettere dalle Guerriller@s: il mutamento dell'identità è affare molto più complesso del modo in cui si vive la pratica sessuale, anche quello del sentirsi intrappolato in un corpo è uno stereotipo, la gabbia è fare i conti con una percezione sempre dicotomica – l'Occidente è prigioniero delle dicotomie. Anima e corpo, bene e male, uomo e donna. Mikael e Orlando sono state donne, l'uno "per provare a capire se ero una donna: oggi so che non così", l'altro più convinto, ma anche lui non si è mai nascosto che l'identità è un tentativo, non un dato di fatto.
Oggi in età più tarda, Mikael aspetta l'operazione che gli ridarà i genitali maschili, ma Orlando, che pure l'ha già fatta, non lascia che si illuda: "Non cambierai per questo. Devi essere per forza un uomo o una donna? Non puoi semplicemente essere te?". Però, confessa, qualche volta lui stesso, che sembra volere fortemente una posizione di confine, recita una parte precisa di uomo o di donna per non deludere le aspettative di chi gli sta di fronte. Già: in prigione, occorrono dei ruoli. La grandezza di Regretters naturalmente deve molto a Mikael Johannson e Orlando Fagin, all'alchimia mai costruita del loro rapporto – il goffo abbraccio che si scambiano nel finale, la consapevolezza che hanno avuto ragioni completamente opposte per volere un altro corpo e completamente affini per volere un'altra vita, la differenza invalicabile della loro evoluzione nel presente e nel futuro – e deve molto alla loro adorabile ironia mai banale, a una maestosa capacità di raccontarsi senza enfasi, proprio come una donna si spoglia distratta da miliardi di pensieri nella sua stanza da bagno, per lavarsi alla fine di una lunga difficile (vita) giornata.
"Ero astuto, pensavo ai dettagli" dice Mikael raccontando i suoi stratagemmi per fingere, grazie a parrucche diverse, di avere i capelli schiariti dal sole o acconciati dal parrucchiere, o del suo inventare una malattia mortale pur di giustificare il calo improvviso della voce durante una sbornia. Questa storia mantiene un perfetto equilibrio tra commozione e umorismo, anche noir. I sorrisi di Mikael, insieme timidi, compiaciuti, tristi e allegri. Per lui, l'unica rappresentazione concreta dell'amore è il rapporto tra Clint Eastwood e Meryl Streep ne I ponti di Madison County (siamo d'accordo). Orlando si trasfigura quando parla del suo matrimonio, durato 11 anni, con un uomo bellissimo, all'oscuro del suo passato maschile: spiega la sua bugia con l'amore folle, senza cercare scusanti, senza fabbricare alibi, con la stessa lucidità imperativa racconta la fine di quest'amore, la caduta, il crollo. E il presente, giocato ancora con amabile ironia: "comunque il mio pene adesso è più grande. Si può dire che io abbia ricevuto un bonus".
Genesis P. Orridge ("ora è Genesis Breyer P. Orridge, e lei non ha assolutamente idea di chi sia"), pure mosso da ragioni ancora diverse - più da un'esigenza di decostruzione artistica che esistenziale, sempre ammesso che le due cose si possano separare - ha avuto più fortuna: la sua ricerca di un terzo sesso, anzi di un sesso senza numeri, l'ha potuta condurre con l'amore della sua vita, almeno fino a un certo punto. Orlando no. "Ho attraversato due cambi di sesso. Quale sarà la mia prossima tappa?". Nella sua voce ci sono una piccola tremolante incertezza del futuro, una nota amara, la paura che la prossima via non sarà ancora sufficiente. Ma anche l'adrenalina di una pluralità infinita, la possibilità accecante di un divenire continuo.
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questa recensione è veramente accurata e intensa, complimenti!!!!!!!!!!
Inviato da elisa il 24/05/2011
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