GIFFONI 41 – “Yelling to the Sky”, di Victoria Mahoney

Se la Mahoney sembra sapere perfettamente da che parte stare, non mostra ancora consapevolezza dell’origine e della direzione delle sue immagini. Non trova il suo cinema. Forse è nascosto in quella capacità di aderire ai corpi, per misurarne le traiettorie e le relazioni. E si lascia intravedere nel bel rapporto padre/figlia, che raggiunge momenti di autentica intensità, grazie soprattutto allo straordinario Jason Clarke

yelling to the skySweetness O’Hara è una diciassettenne dalla vita tutt’altro che facile. Il padre, bianco, è un ubriacone dagli scatti d’ira incontrollati. La madre, nera, è gravemente depressa. Ai problemi familiari si aggiunge la dura realtà di un quartiere difficile come Harlem: Sweetness deve affrontare quotidianamente l’odio e i soprusi dei coetanei di colore, maldisposti verso una “mezzosangue” come lei. L’unica persona su cui può contare è la combattiva sorella maggiore Ola, che, però, decide di andar via di casa. Rimasta sola, Sweetness non può far altro che adattarsi al mondo che la circonda. Il lungometraggio d’esordio di Victoria Mahoney, anche autrice della sceneggiatura e produttrice, forse vuole davvero essere solo un’opera prima, nel bene e nel male, con tutto quel carico d’incertezze tipiche dei primi passi, ma anche con il pesante fardello di sovrastrutture che affanna certo cinema che si autodefinisce indipendente (il film nasce sotto l’egida del Sundance). Ecco, Yelling to the Sky pretende di raccontare una realtà, per lo più autobiografica, come dichiara la Mahoney, ma non può fare a meno di ricorrere a tutti gli stereotipi di un certo mondo, a una rappresentazione già codificata dei conflitti familiari e delle comunità difficili, come sempre fatte di hip hop, violenza, droga, sbandamento. La presenza come protagonista di Zoë Krawitz, figlia del cantante Lenny, e di Gabourey Sidibe, protagonista “rivelazione” di Precious, il fortunato e detestabile film di Lee Daniels, già designano e chiudono l’orizzonte di riferimento (pop, molto più che visivo) della Mahoney, fino a soffocare in una morsa l’autenticità dell’ispirazione. Così la macchina a spalla, da combattimento corpo a corpo, sul campo, diventa il verso di un (impossibile) cinéma vérité, negato un secondo dopo dal ritmo videoclip di un pestaggio. O magari dalla calibrata perfezione di un’inquadratura in cui i due personaggi ai lati lasciano libero il centro alla foto di Obama: schiacciante affermazione di un’appartenenza politica, distante anni luce dalla necessaria e problematica densità dello sguardo politico di Robert Redford (il cui nome appare nei titoli di coda). Insomma, se la Mahoney sembra sapere perfettamente da che parte stare, non mostra ancora consapevolezza dell’origine e della direzione delle sue immagini. E viene in mente, per contrasto, un altro esordio autobiografico, quello di Dito Montiel, capace, nonostante il naïf, di caricare di carne e sangue il suo racconto. La Mahoney non trova il suo cinema. Forse è nascosto in quella capacità di aderire ai corpi, per misurarne le traiettorie e le relazioni. E si lascia intravedere nel bel rapporto padre/figlia, che raggiunge momenti di autentica intensità, grazie soprattutto allo straordinario Jason Clarke.  
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