GIFFONI 41 – “King of Devil’s Island”, di Marius Holst
King of Devil’s Island è soprattutto il racconto, l’ennesimo, di una netta opposizione tra le vecchie e nuove generazioni, dello scontro eterno tra il rigore vuoto della norma e l’impeto necessario della rivolta. Niente di illuminante, probabilmente. Se non che questa rivolta sembra attuarsi nella materia stessa del cinema, nei corpi (o fantasmi) che lo abitano. E la vittima è Stellan Skårsgard, l’attore per eccellenza del cinema scandinavo
Siamo agli inizi del ‘900. Nell’isola di Bastøy, nel fiordo di Oslo, sorge un carcere minorile, destinato al recupero dei ragazzi tra gli undici e i diciotto anni. Un istituto modello, almeno nelle intenzioni della Corona, della Chiesa e degli enti assistenziali. In realtà, nel segreto della prigione, diretta con pugno fermo dal governatore Bestyreren, non si risparmiano ingiustizie, soprusi e violenze ai danni del ragazzo. La tensione si fa sempre più evidente all’arrivo di un nuovo detenuto dallo spirito ribelle, Erling, numero di matricola C–19, capace di mettere in crisi le contraddittorie regole dell’istituto e di scuotere il tranquillo e taciturno Olav, C-1, il capogruppo della sezione, a un passo dalla libertà. La situazione esplode quando un giovane ritardato si suicida per sfuggire agli abusi sessuali dell’infido direttore Bråthen: i ragazzi si ribellano e conquistano il controllo dell’isola. Almeno fino all’arrivo dei soldati. E’ tutto qui, forse: la trama sembra esaurire quasi interamente il discorso sull’ultimo lungometraggio di Marius Holst, completamente al servizio della storia che racconta. Non traspare null’altro, oltre l’intenzione di far luce, in maniera edificante, su una pagina oscura della civilissima Norvegia. Epperò, va anche detto come Holst sappia muoversi alla perfezione nelle dinamiche del genere carcerario, piegandolo, a sua volta, all’esigenze di un classico racconto di formazione. Quella che a prima vista sembrava una potenziale variazione sui temi Sleepers, si trasforma a poco a poco in un solido romanzo adolescenziale fatto di amicizia, passioni, inquietudini, ribellioni, maturazioni. Un percorso di crescita e purificazione che attinge a piene mani a simbologie e immaginari nordici (il viaggio in mare, la caccia alle balene, le nevi e il ghiaccio, il rigore della morale protestante), e che agita lo spettro dei grandi racconti fondanti, dalla Bibbia a Moby Dick. Ma, aldilà di questa trama di riferimenti, King of Devil’s Island è soprattutto il racconto, l’ennesimo, di una netta opposizione tra le vecchie e nuove generazioni, dello scontro eterno tra il rigore vuoto della norma e l’impeto necessario della rivolta. Niente di illuminante, probabilmente. Se non che questa rivolta sembra attuarsi nella materia stessa del cinema, nei corpi (o fantasmi) che lo abitano. E la vittima è Stellan Skårsgard, l’attore per eccellenza del cinema scandinavo, il maestro imbalsamato nel grigiore del suo metodo, che viene letteralmente esiliato dai due straordinari e irrequieti protagonisti, Trond Nillsen e Benjamin Helstad. L’alba di un nuovo giorno.
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