MILANO 16 - "Here", di Braden King
In pieno corso di svolgimento la sedicesima edizione del Milano Film Festival, manifestazione solida e in evidente crescita. Tra i primi film presentati nel concorso lungometraggi, spicca il notevole Here, dell'americano Braden King: un viaggio verso i confini dell'anima, una delicata e appassionata “cartografia dei sentimenti”, l'incontro tra due solitudini alla disperata ricerca di un senso nella vita
È in pieno corso di svolgimento la sedicesima edizione del Milano Film Festival, manifestazione in netta crescita, tanto da aver ormai acquisito un posto solido e ben definito all'interno del panorama italico. Quindici film in concorso, di autori in gran parte esordienti e provenienti da tutto il mondo; a corollario, proiezioni fuori concorso di registi talvolta già noti al pubblico festivaliero (i cosiddetti Outsiders), sezioni collaterali, focus tematici, documentari, cortometraggi, e la retrospettiva completa dedicata a Jonathan Demme, che venerdi 16 e sabato 17 sarà presente a Milano per presentare alcune sue opere del passato e tenere una lezione di cinema.
Molto interessante la selezione operata dagli organizzatori, i quali, negli ultimi mesi, hanno setacciato alcuni tra i più importanti eventi cinefili mondiali (Cannes, Rotterdam, Sundance, Tribeca) alla ricerca di pellicole di valore da portare nel capoluogo lombardo in anteprima nazionale. È il caso, ad esempio, di Here, di Braden King, scelto come film d'apertura del festival e inserito nel concorso lungometraggi.
Documentarista e regista di videoclip musicali, King ha realizzato una cartografia dei sentimenti, per narrare la storia di Will, giovane americano incaricato di realizzare una mappa satellitare di alcune zone dell'Armenia, fino ad ora rimaste fuori dalle ufficiali collocazioni geografiche.
Nel suo viaggio in territori isolati e poco conosciuti, alle prese con una lingua incompensibile, Will incontra Gadarine, fotografa appena rientrata nel suo paese, in bilico tra le oscillazioni di un rapporto complesso con la famiglia. I due decidono di compiere insieme una parte del viaggio, sviluppando un legame che travalica i confini del sentimento, per farsi metafora di un processo di reciproca decostruzione e ricostruzione psicologica.

Buonissimo lavoro, quello di King, abile a comporre con passione le tessere di un mosaico nel quale assistiamo all'incontro-scontro tra due solitudini molto diverse, ma in fondo non così lontane. Will e Gadarine sono gabbiani in fuga, in cerca di libertà e certezze; lui vive la sua professione come missione salvifica, volta a esplorare i confini del mondo, e soprattutto le barriere della sua stessa anima; lei, invece, combattuta tra il desiderio d'affermazione individuale e il legame con la famiglia e la patria d'origine, divora nervosamente i meccanismi di un'ansia patogena indirizzata verso un perenne conflitto interiore di difficile risoluzione.
Immersi in paesaggi silenti, Will e Gadarine godono un amore breve, destinato a esaurirsi in fretta, ma capace di mostrare la gloria di una passione viscerale accompagnata dai riti primitivi della scoperta quotidiana. Un bagno in un piccolo laghetto dimenticato dalle mappe; fotografie utili a ritrarre la fascinazione atavica di una terra ancora pura; baci rubati nella pace del crepuscolo; soli e liberi, i due, almeno per un po', in attesa che gli obblighi dell'esistenza spengano il sogno.
Presentato come lavoro sperimentale, d'avanguardia, atto a fondere il linguaggio cinematografico con le arti pittoriche e la visionarietà spezzata propria del videoclip, Here è in realtà un film molto più classico di quanto si potrebbe pensare. Non certo un difetto, tutt'altro.
King narra con trasporto, sensibilità e attenzione, sfruttando una voluta lentezza volta a immegere poco alla volta lo spettatore nel viaggio quasi onirico compiuto dai protagonisti. Il processo di immedesimazione non è semplice, ma durante la visione di finisce per restare ammaliati di fronte all'ottima caratterizzazione dei due personaggi. Corpi e sguardi incerti, sofferenti, ma anche combattivi, e determinati a espandere i limiti del territorio che si annida all'interno delle loro coscienze, verso una profonda riflessione rivolta all'emozione limpida del viaggio. E della vita.
Il regista, presente a Milano, ha dichiarato di aver scelto i due attori, Ben Foster e Lubna Azabal, dopo averli visti rispettivamente in The Messenger e Paradise Now. In entrambi i casi, la scelta si è rivelata più che felice.
Tra gli altri film in concorso presentati nelle prime giornate del festival, è apparso invece tutto sommato deludente Patang, dell'indiano Prashant Bhargava, film-rivelazione dell'ultima edizione del Tribeca di De Niro. Compiaciuto e compiacente, è un lavoro frizzante e colorato, che cerca di unire il rito collettivo della festa degli aquiloni in un villaggio nel sud dell'India con le difficoltà di ricongiungimento di una famiglia autoctona. Attento nella forma, non riesce però a scavare con la dovuta efficacia nella sostanza della storia, risultando alfine sterile.
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Condivido la recensione. Per me il film più interessante del Sundance 2011. Ottime interpretazioni da parte dei due espressivi protagonisti, sofferti come il paesaggio.
Inviato da daniela mirra il 14/09/2011
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