MILANO 16 - "Gatos Viejos", di Sebastian Silva e Pedro Peirano
Al Torino Film Festival 2009 il pubblico italiano aveva scoperto Sebastian Silva, grazie al bellissimo La Nana. Ora il regista cileno torna alla carica con il suo nuovo film, nel quale ripropone sceneggiatore e attrici del lavoro precedente, confermando tutto il talento di cui dispone. Un'altra opera malinconica e dissacrante, in mirabile equilibrio stilistico tra sorrisi, riflessione e commozione. In anteprima nazionale a Milano
Nel novembre del 2009 il pubblico cinefilo italiano scoprì un regista cileno chiamato Sebastian Silva. Al Torino Film Festival venne infatti proiettato La Nana, bellissimo e malinconico lavoro che si impose come una delle rivelazioni assolute di quell'edizione. La platea applaudì con convinzione, e la protagonista Catalina Saavedra si aggiudicò un (meritatissimo) riconoscimento come miglior attrice. Premiato anche al Sundance, e nominato ai Golden Globes come miglior film non in lingua inglese, qualche mese dopo La Nana uscì anche nei cinema, peraltro penalizzato da una distribuzione prossima allo zero e dall'agghiacciante e delinquenziale titolo Affetti e Dispetti.
Dopo quasi due anni, riecco Silva: il Milano Film Festival ha infatti avuto la brillante idea di inserire nel programma della manifestazione, in anteprima nazionale, il suo nuovo film, intitolato Gatos Viejos (Old Cats), collocato nella sezione fuori concorso Outsiders.
Per il successore de La Nana, il regista ripropone la stessa squadra del lavoro precedente: Pedro Peirano alla sceneggiatura, e le medesime due attrici, la Saavedra e Claudia Céledon, questa volta invertite a livello di importanza dei rispettivi ruoli. Accanto a loro, l'ultranovantenne Bélgica Castro, vera e propria icona del cinema popolare cileno.
Per questo curioso esempio di grande famiglia, nella quale la collaborazione artistica è reiterata senza timore, l'autore e il fedele Peirano ripresentano tematiche e stilemi non troppo distanti dalla pellicola del 2009: al centro della narrazione non più una singola persona consumata dall'oblio del presente, ma un duo sull'orlo di una crisi di nervi; una famiglia disgregata, condita da amore e passione, ma anche (e soprattutto) da rancori, ruggini incrostate dal (nel) tempo, incom
unicabilità ed egoismi assortiti.
La trama è concentrata sull'anziana Isadora, e il suo compagno Enrique, che ricevono la visita di Rosario, figlia di lei. Isidora è colpita dagli acciacchi che le impediscono di scendere le scale, e si ritrova in pratica a essere segregata in casa ogni volta che l'ascensore si guasta. Oltretutto, anche la sua mente comincia ad accusare delle difficoltà, tanto che i pensieri ogni tanto si perdono, facendole smarrire il senso della realtà. Rosario vorrebbe convincere la madre a trasferirsi in un'altra casa, più piccola e funzionale, facendosi intestare l'appartamento di famiglia, ma la madre (ed Enrique) sono convinti che si tratti soltanto di un diabolico piano volto a sfruttare l'anzianità della donna e intascare quattrini. La procura della casa, da firmare o non firmare, è una goccia di veleno in un mare già inquinato: un'occasione per rivangare un astio mai sopito, e lasciar deflagrare le contraddizioni di un rapporto fondato sulla reciproca disistima.
Come si diceva, Silva persegue gli schemi già disegnati nel lavoro precedente, mescolando con invidiabile abilità cinema/teatro da camera, commedia corrosiva, dramma intimista, infuocato melò e derive almodovariane: lo aiutano le sue magnifiche attrici, dalla carismatica Castro alla Nana-Saavedra (qui in versione lesbo-mascolina), passando per una strepitosa Céledon (borghese impettita e ordinata nello scorso film, cocainomane sfatta e schizofrenica qui).
È comunque tutto l'impianto a reggersi in piedi ancora una volta con mirabile equilibrio: esemplificativi, in tal senso, i primi venti minuti, straordinari per la capacità di riassumere con acume cristallino le difficoltà, la solitudine e le devastanti problematiche della terza età. Da lì in poi il film cambia spesso direzione, si scatena e si rilassa, torna a volare e prende ancora fiato, azzarda perfino qualche momento di sospensione emotiva che sfocia nel fantastico; soprattutto, non perde mai di vista la compattezza e la concretezza del racconto.
Si ride e quasi si piange, correndo lontano da ogni odiosa forma di retorica, ipnotizzati da un cinema fresco, dissacrante, alchemico, carico di una tensione positiva da cui emergono continue scariche di tenera e lodevole empatia.
Gatos Viejos è la piena conferma di un piccolo team talentuoso e vincente, che abbiamo ritrovato e riammirato con molto, molto piacere.
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