SOME PREFER CAKE 2011 - "Orgasm Inc. The Strange Science of Female Pleasure", di Liz Canner
Malattie progettate in azienda, come utilitarie, che iniziano a diffondersi non appena nasce una pervasiva campagna di marketing che promette la cura. La promessa dell'Orgasmatron: piantare elettrodi nel midollo spinale per un piacere più intenso. Due Kapò-Barbie dottoresse che vendono il "viagra rosa" in diretta tv. Genitali femminili tagliati, cuciti e ridisegnati al laser dai "designer di vagine". Non siamo in un romanzo di Chuck Palahniuk, ma di fronte all'esito delle ricerche di una giovane documentarista sul magico universo delle industrie farmaceutiche americane
"Io voglio essere normale!" afferma una donna all'inizio del documentario: fin da bambina si è sentita dire che la carne è malvagia, oggi non riesce a raggiungere l'orgasmo stilizzato dei film hollywoodiani e si sottopone senza successo alla sperimentazione dell'Orgasmatron (pratica che farebbe sorridere se non fosse agghiacciante: l'inserimento di elettrodi nel midollo spinale). Viene in mente l'amato John Waters e il suo ludico A Dirty Shame, in cui la piccola cittadina di Baltimora viene sconvolta dalla battaglia tra i neuters (puritani, sessuofobi, fanatici religiosi) e un gruppo di individui che dopo una botta in testa scoprono felicemente le proprie passioni feticiste e hanno scoperto la possibilità dell'estasi totale. Quando Caprice, la procace gogodancer chiusa sottochiave dai genitori in una cameretta, viene costretta a una terapia che elimini le sue pulsioni esibizioniste, grida disperata, all'opposto: "Io non voglio essere neutra!"
Tutto ha inizio 9 anni fa, quando un'azienda farmaceutica relativamente piccola ma agguerrita, la Vivus, commissiona alla filmaker Liz Canner un video pornografico da utilizzare in una ricerca su un campione di donne americane. Lo scopo: dimostrare l'efficacia di un nuovo prodotto che garantisce orgasmi in quantità. Colpita dallo scarso rigore di questo test, Liz finisce per scoprire un mondo in cui per vendere nuovi farmaci, occorre inventare nuove malattie: a ben guardare, più che di piacere si parla di soddisfacimento; più che di corpi, di consumatori. A partire dai '90, una volta esaurita ogni possibilità di concorrere a suon di erezioni con il brand Viagra, la Vivus (ma vedremo, non è l'unica) pensa bene di fissare come nuovo target un nuovo oggetto malfunzionante: il corpo femminile. Certo, l'orgasmo femminile resta inclassificabile con il metro della performatività maschile, ma dalle inequivocabili risposte a dei questionari somministrati ad alcune donne (a volte non hai voglia di fare l'amore? Ti senti stanca e insoddisfatta?) risulta scientificamente che il 43% delle americane soffre di FSD: Female Sexual Dysfunction. Davvero un eccellente esempio di frase performativa: la "nuova malattia" nasce dal momento in cui viene battezzata dai copywriter medicalizzatori. Come una volta si classificava nella dimensione dell'isteria ogni tipo di espressione femminile non addomesticata (processo sottilmente narrato nell'ultimo Cronenberg) così oggi si etichetta come malato un corpo femminile indirizzato a rispecchiare i canoni estetici dominanti, a volte delegato per 24 ore alla cura dei bambini e degli anziani e a pesanti lavori domestici, altrove letteralmente impedito al piacere dalle discriminazioni di classe sociale, genere, etnia, altre volte ancora sottoposto a violenze fisiche. Questo corpo diventa il terreno di grotteschi modellamenti standard, come la chirurgia estetica che da un lato predica la ricostruzione dell'imene per simulare una ritrovata verginità, dall'altro il ringiovanimento vaginale che garantisce nuovi smaglianti orgasmi e il lifting delle piccole labbra quando queste siano troppo lunghe o sporgenti. Un taglio di ottima fattura di uno stilista di classe, cosicchè ogni difetto (o piccola asimmetria percepita come tale) smetterà di essere causa di disagio. Sembra di essere in un romanzo di Chuck Palahniuk, invece siamo solo venuti a conoscenza di due tre cose sull'industria farmaceutica americana (e non solo). Liz Canner adotta un approccio documentaristico classico ma privo di moralismo, ironico e quietamente umoristico ("i farmaci sarebbero utili soltanto se fossero venduti in una confezione con una mappa che indica dov'è il clitoride", osserva la proprietaria di un museo dedicato ai vibratori) a sottolineare l'assurdità del percorso: sono le aziende farmaceutiche a "definire la malattia e a svilupparne il concetto", gli esperti sponsorizzati dalle stesse aziende affermano che tale astratto concetto è realtà scientifica, infine saranno i consumatori stessi a ridefinire i propri desideri e le proprie aspettative insoddisfatte quali malattie, e a invocare una cura. È anche così che alcuni fatti elementari della vita: il periodo precedente a ogni ciclo, la menopausa, lo stesso invecchiamento, diventano patologie.
Le strategie ci vengono illustrate dall'autore di Selling Sickness Ray Moynihan e dalla terapeuta e attivista Leonore Tiefer, che la regista segue nella loro battaglia alla medicalizzazione. Ma non facciamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo nel vedere i loro volti franchi dopo le mascelle rigide e ai sorrisi da squalo di manager e medici compiacenti, e il sotteso imbarazzo di qualche dipendente, che ci troviamo di fronte alle "esperte" sorelle Berman, incrocio tra una Kapò nazista e una Barbie-dottoressa, coppia dall'enorme potere mediatico (1500 dollari per una visita che diagnosticherà la tua ovvia disfunzione sessuale testando la tua sensibilità a un simil-fallo ortopedico). Le ciniche biondine, pagate fino a 75mila dollari al giorno per decantare i benefici (inesistenti) e occultare i rischi dei vari "viagra rosa", dominano i tv-show e gestiscono un impero di cliniche del sesso; e paradossalmente, mentre le case farmaceutiche si sfidano a colpi di gel, creme, stimolatori e ormoni, raccontando il piacere come una questione di vita o di morte, a scuola viene mantenuta un'educazione repressiva nei confronti delle ragazze, che non devono osare di aprire gli occhi sul proprio stesso corpo. Già, perchè il sesso non è un riflesso di Pavlov, ma anche una questione di consapevolezza di sè. Alla fine del documentario, un orgasmo liberatorio: una donna ci guarda negli occhi e si riprende in primo piano, un po' come nel motto di Beautiful Agony, il famoso sito in cui centinaia di utenti inseriscono le riprese a volte un po' studiate, ma perlopiù spontanee e naturali, dei loro volti durante pratiche di autoerotismo: dal collo in su. Ecco dove siamo veramente nudi.
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