SAN SEBASTIAN 59 – “Intouchables”, di Eric Toledano e Olivier Nakache
Eric Toledano e Olivier Nakache non abbandonando neanche per un attimo i toni della commedia nera e dell’ironia irriverente per raccontare la storia di un’amicizia, quella tra Philippe, un paraplegico ricco, colto e aristocratico, e Driss, un ragazzo di periferia appena uscito di prigione e assunto per prendersi cura di Philippe
Film che punta tutto sulla scrittura e sulla perfetta alchimia dell’improbabile coppia comica formata da François Cluzot e l’incontenibile Omar Sy, Intouchables è un buddy movie dall’impianto più che classico e allo stesso tempo dal volto anomalo. Eric Toledano e Olivier Nakache non abbandonando neanche per un attimo i toni della commedia nera e dell’ironia irriverente per raccontare la storia di un’amicizia, quella tra Philippe, un paraplegico ricco, colto e aristocratico, e Driss, un ragazzo di periferia appena uscito di prigione e assunto per prendersi cura di Philippe. Dopo aver firmato due opere dall’andamento corale, Primi amori, primi vizi, primi baci e Tellment proches, Eric Toledano e Olivier Nakache si affidano alla bravura di François Cluzot e alla plasticità irresistibile di Omar Sy in quello che sembra quasi uno spartito a due voci, mentre gli altri personaggi sono solo poco più che comparse e spalle comiche nell’avventura dei due protagonisti. Basato su una storia vera, Intouchables tratta il tema della disabilità e dell’emarginazione, sia Philippe che Driss scontano un handicap, quello fisico e sentimentale di un uomo che ha perduto la sensibilità del corpo, dal collo in giù, e quello di chi è marchiato a vita dalla condizione sociale in cui si è ritrovato, senza ancora aver capito il perché. Intouchables è tutto fuorché un film incapace di sottrarsi al fastidioso tranello del ricatto emotivo, della drammaticità esibita e asfissiante. E’ un film (l’unico errore davvero imperdonabile sono le note prive di qualsiasi ironia di Ludovico Einaudi) dove si ride di tutto e di tutti, della malattia, dell’impotenza sessuale, delle lesbiche, del dolore, dell’ingenuità, senza fermarsi davanti a nulla, come nella scena in cui Driss si impossessa del corpo incapace di reagire di Philippe e lo trasforma in un novello Hitler. Eric Toledano e Oliver Nakache non cedono neanche per un istante all’insopportabile moda di quello che viene chiamato il politicamente corretto e che continua ad illudersi di poter anestetizzare la realtà coniando il suo nuovo vocabolario, l’handicappato è diventato prima il disabile e ora, come se la beffa non fosse già sufficiente, il diversamente abile. Ma ingannare il mondo con le parole non basta a mitigarne la crudeltà o a cambiare le cose. La compassione non serve a nessuno, è solo una scorciatoia con si gioca per non confrontarsi con la vita. I due protagonisti di Intouchables lo sanno bene, lo vivono ogni giorno che passa sulla loro pelle. Ecco perché, fin dal primo incontro, si giurano nessuna pietà. Nessuna ipocrisia. Toledano e Nakache riescono nella niente affatto scontata impresa di raccontare la storia di Philippe e Driss nella maniera più semplice e diretta possibile. E’ questa la forza di Intouchables, con la sua risata coinvolgente e liberatoria che, è vero, non ci può salvare, ma almeno ci fa sentire ancora vivi.
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