SOME PREFER CAKE 2011 - "No gravity", di Silvia Casalino


Silvia Casalino, giovane ingegnere areospaziale, decostruisce il mito di una eroica conquista dello spazio bianca, maschile e separatista, in un originale oggetto ibrido tra documentario storico, autobiografia e stream of consciousness, in cui le teorie gender, la cultura pop, le storie delle prime donne astronaute di questo secolo e l'identità multipla e trasversale del cyborg di Donna Haraway si fondono a mostrare l'aderenza tra science e fiction nel racconto di un sogno reale

NO GRAVITY, di Silvia Casalino (2011)La voce narrante di Silvia, ripresa mentre si allena duramente per potenziare la sua resistenza fisica durante questi 60 minuti spesso si scolla dalla sua vicenda personale per diventare una voce plurale, alla ricerca dell' astronauta possibile, come Kathy Acker alla ricerca del Don Quixote possibile. E una delle voci più lucide e penetranti che compongono le tessere di questo mosaico è subito quella della leggendaria teorica Donna Haraway. Come nasce uno standard? ci chiede – intorno a quali misure si è creato un corpo standard per volare nello spazio, e perchè assomiglia al corpo di una sola metà della specie umana? Straordinario il momento in cui vediamo l'ingresso imprevisto di un'iguana in un candido ambiente a prova di batteri, durante un test nella Guyana francese: l'estraneo, il mutante che contamina e fertilizza, l'intruso, il cyborg: un istante in cui Silvia inizia a distruggere anche simbolicamente la presunzione di neutralità della ricerca spaziale (gestita al 90 per cento dal sesso maschile, e fino a pochi anni fa discriminante anche in generale verso altre minoranze). Con luciferina risata, la Haraway, intervistata nella penombra della sua casa, smaschera come "una pratica fantasia maschilista di estrema separazione tra il tecnico e l'umano" l' idea di sterilità: "il neutro, il bianco, il design di quelle tecnologie è intriso di fantastico, e il mio lavoro è ridefinirlo come molteplicità" e si descrive come una lupa con un pacchetto di dati che rimescola i confini. Così la Haraway, che nella sua ricerca riesce sempre in modo affascinante non solo a muovere le pedine, ma a ridisegnare completamente la scacchiera, dileggia il mito parziale dell'astronauta maschio che prende la donna-pianeta a cavallo di un razzo e a questa storia eteronormativa costruita sul fraintendimento filosofico inesistente e arrogante dei dualismi, sull dominio della riproduttività, sostituisce la fantasia di due lesbiche che mettono per la prima volta piede su Marte.

In senso orario: Valentina Tereshkova, Silvia Casalino (ingegnere aeropaziale appunto, ma anche DJ, produttrice musicale, curatrice di mostre) è alla sua prima esperienza come filmaker: dopo aver appreso che la sua richiesta di partecipare ai voli nello spazio non è stata accettata, decide di cercare un senso alla sua vita professionale in un ambiente forgiato sul modello dell'ingegnere WASP rigido e serioso e ottiene un finanziamento da una tv tedesca per girare il suo film. Incontra Samantha Cristoforetti, selezionata tra più di 800 aspiranti (esito finale della scelta: 4 uomini e 1 donna), Françoise Bories, che racconta un tempo in cui si lavorava ancora con le schede perforate e le donne avevano da poco il diritto di voto, Claudie Haigneré, prima donna europea nello spazio, che racconta le tre "gioie extraterrestri" a cui troppe non hanno avuto accesso: la libertà di un ambiente senza peso, una terza dimensione in cui si scopre una libertà corporea sconosciuta; lo sguardo verso una terra fragile e bellissima; l'aspetto della cooperazione (multientica, multigenere, multiculturale). Ma al tempo stesso espone i fatti: le donne astronaute siano ancora all'incirca solo il 10%, sottopagate rispetto agli uomini e non tutto è mutato dagli anni '60, quando ben 13 donne – tra cui Gene Nora Jessen, per 50 anni pilota, che ci parla nel film - superarono brillantemente ad Albuquerque gli stessi test degli astronauti della missione Mercury 7, ottenendo risultati eguali o migliori, ma furono rispedite a casa per l'opposizione della NASA, probabilmente anche per le pressioni degli "eroi" che malsopportavano di condividere la loro posizione.

L'ufficiale comandante Uhura di Star Trek VS Mae Carol Jemison, prima afroamericana nello spazioNegli ironici quadretti fissi che congiungono i vari argomenti, le figure di Silvia e delle altre donne vengono riprese immobili sullo sfondo di un razzo in partenza o in mezzo alle apparecchiature, tra i filmati d'epoca tratti dagli archivi, come Adilia Kotovskaya con la cagnetta Laika, e l'arguto montaggio delle immagini di Valentina Tereshkova (paracadutista e cosmonauta, la prima a volare nello spazio, nel 1963) accanto alle sequenze del decollo di Una donna nella luna di Fritz Lang.
In quella che è anche una rappresentazione della scienza (sempre anche "fanta") nell'immaginario popolare, ma anche una spia della trasformazione della rappresentazione cinematografica della donna (vedi la ricerca di Cinema femminile plurale) e in un curioso cortocircuito tra avvenimenti storici e fantasie di altri mondi, Nichelle Nichols, l'attrice nera che in Star Trek interpretava l'ufficiale Uhura (stesso ruolo di Zoë Saldana nel film del 2009 di J.J. Abrams) già protagonista sullo schermo di una rottura - nei '60 si vedeva per la prima volta una donna impegnate in prestazioni tecniche - a partire dal '76 decide di girare l'America per invitare le donne qualificate a fare richiesta per entrare nelle missioni spaziali.
Lo racconta Mae Carol Jemison, che tra l'altro è stata la prima afroamericana a volare nello spazio: a sua volta verrà chiamata per un cameo nella serie Star Trek: The Next Generation. In No Gravity le questioni politiche vengono affrontate con determinazione, ma anche con un beffardo umorismo: ed ecco un altro montaggio sornione che mostra il capitano Kirk e Mr. Spock, in una vecchia puntata del telefilm originale, sbalorditi di fronte ai loro schermi, nei quali irrompono le (vere) immagini della Jennison che nuota in assenza di gravità. Meravigliosa anomalia che mette in crisi un immaginario paralizzato e apre mente e corpo a nuove prospettive. Sembra proprio che un nuovo utilizzo della science fiction sia sempre di più il terreno privilegiato per discutere di temi cruciali: come dimostrano alcuni film recenti, dal bellissimo Monsters a Another Earth a Sound of my voice.
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Sono presenti 31 commenti
  1. eh, "di tutti", ora, non sarà mica in comodato d'uso questa ragazza, per quello ci sono le intellettuali di Arcore. comunque leggetevi il mio manifesto, sono passati quasi 30 anni e io preferisco ancora essere un cyborg che una dea.

    Inviato da Donna Haraway il 05/10/2011
  2. Anche sostenitori, cara Dina, anche sostenitori. Margherita Palazzo è di tutti! Continuate così

    Inviato da Pino il 04/10/2011
  3. Di solito mi incazzo quando vedo battute maschiliste odiose, ma questa volta, Alice, credo ti stiano solo prendendo in giro. La frase di Guido è presa dalla recensione che tu citi di Io, me e Irene, possibile che non lo hai capito? E' una citazione, come fai ad offenderti? Colgo l'occasione per testimoniare tutta la mia stima e solidarietà a Margherita Palazzo, che fa un lavoro bellissimo che credo abbia tante sostenitrici. E l'articolo è chiaro e approfondito. Ma se poi volete le banalità da abc del giornalismo cercatevele su altri siti, capito neriparenti? (che poi mi sta simpatico, non so perche'...)

    Inviato da Dina M il 04/10/2011
 

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