BIOGRAFILM 2012 - "Love and politics", di Azad Jafarian. La resistenza di Judith Malina
E il quinto giorno arrivò il colpo di fulmine... proiettato qui al Biografilm 2012, per la seconda volta nel mondo dopo l'anteprima al Tribeca Film Festival, Love and Politics è un documento sorprendente, una coraggiosa meteora di 52 minuti che trapassa lo sguardo e spezza il cuore. Il grande corpo molteplice del Living Theatre nel corpo indomabile di Judith Malina
E il quinto giorno arrivò il colpo di fulmine... proiettato qui al Biografilm 2012, per la seconda volta nel mondo dopo l'anteprima al Tribeca Film Festival, Love and Politics è un documento sorprendente, una coraggiosa meteora di 52 minuti che trapassa lo sguardo e spezza il cuore. Il grande corpo molteplice del Living Theatre nel corpo indomabile di Judith Malina.
Ad accompagnare il film - con poche parole, perchè tra poco la sua forza parlerà da sè - ci sono in sala il regista Azad Jafarian, via Skype, in leggerissima differita dal sapore piuttosto situazionista, e i fondatori del gruppo teatrale MOTUS, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, che tra qualche giorno presenteranno a Ginevra Plot is the revolution, con la stessa Malina e la bravissima Silvia Calderoni (la Kaspar Hauser di Davide Manuli).
E il produttore Ali Yaghoubi: è lui a spiegare come il primo progetto del film sia naufragato di fronte alla quantità e allo spessore di vite, gesti, azioni potenzialmente da raccontare a proposito del Living Theatre, e come in un secondo momento si sia fatta la scelta di concentrarsi solo su Judith Malina: la storia di questa radicale, sfrenata esperienza creativa, che è politica nel senso più potente e performativo del termine, che mirava a cambiare il nostro mondo un passo alla volta, un incontenibile urlo di gioia di esser (ci) e di dolore alla volta, verso la bella rivoluzione anarchica non violenta, sarebbe venuta da sè. E così è stato.
Love and Politics è una meravigliosa iniezione di vita che risveglia i cadaveri delle nostre coscienze assonnate, senza premesse nè didascalie, armoniosa e ricca di senso, proprio perchè rinuncia immediatamente alla forma del documento storico, di una linearità pacificata: d'altronde si apre con la stessa Malina che dice "se ripenso alla mia vita non ho il senso di una sequenza, ma solo di frammenti luminosi, ciascuno indimenticabile" e che lo scorso anno rispondeva a una giornalista: "Questa è la sola realtà che conta: io e lei e i partecipanti sulla scena. Lei che scrive e io che sto parlando. Il passato è un pacco di bugie storiche, il futuro è solo una visione. Si vive adesso".
Guardare questo film è in sè un'esperienza commovente, che distrugge l'ironico distacco contemporaneo dello spettatore più o meno preparato. Con semplicità, come si entra in una casa e ci si imbatte fortuitamente in un momento di realtà bruciante, entriamo nelle prove di scena di Korach: The Biblical Anarchist "è uno spettacolo sul primo anarchico della storia, che sfidò l'autorità di Mosè e venne punito. Noi però lo abbiamo salvato". Seguiamo Judith nei suoi slanci testardi e radiosi, dove l'artista non è distinta dalla persona: ciò che vediamo nel film, in una specie di selezione naturale, è solo ciò che le preme nella vita: trasformare la violenza in energia creativa, in resistenza (armata: ma solo del proprio corpo e del proprio genio).
Agli attori, chiede di procurarsi da soli gli abiti di scena, perchè si lavora a budget quasi nullo, e la sua preghiera suona di un' emergenza e di una necessità che trascendono il personale. Si avverte che questa donna straordinaria, che oggi ha 86 anni, non può fare a meno di continuare a giocare la sua partita e che altre vite vengono irresistibilmente attratte e lanciate in prima linea nell'esperienza solidale e collettiva dell'azione.
A partire dal 1947 il Living Theatre ha abbattuto le barriere tra arte e agire quotidiano, ha incarnato le istanze di grandi pensatori riproponendole come sfida a una società che si andava definendo nella traiettoria dell'autodistruzione, ma non solo: da avanguardia, ha creato una breccia nel pensiero dominante che in qualche modo continua a riprodursi, una cellula investita da una missione pacifista che si rigenera di istante in istante e che ancora oggi rappresenta una sfida, anche solo nel ridefinire i termini abusati di libertà, giustizia, amore. Una posizione precisa in un sistema di pensiero in cui assumere una posizione è oggetto di scherno postmoderno più che di gratitudine e di ammirazione. Poca cosa, dice Malina: "guardate le favelas, guardate le guerre. Ho fatto molto poco". Ma quel poco che serve a scardinare il mondo...
Con gli anni rimasti, le ore e i minuti rimasti, Judith Malina scrive spettacoli, cerca persone, ispira vite; e cerca anche fondi: è stata attrice, ha condiviso il set con Al Pacino, ma oggi incontrarlo significa una chance per poter continuare la sua battaglia. In un frammento Pacino racconta l'incontro con il Living Theatre (nel video qui in fondo) un incontro che gli ha cambiato la vita, prima fonte di paura, poi di innamoramento: il tempo di una sigaretta fumata all'aperto per decidere se restare, la scelta di rientrare ed ecco "il teatro è nella stanza: questo mi ha insegnato. Vedevo qualcosa di vivo: come entrare nel corpo di qualcuno". Davvero Love & Politics corrisponde al suo titolo: mostra come l'energia sprigionata da un progetto comune possa arrivare a formare un'entità più forte di qualunque carisma individuale, quando ciò che chiamiamo passione è perfetta com-passione.
Ma mentre una New York livida pulsa, muore e rinasce, vediamo, di Judith Malina, coriacea e fragile, anche i dolorosi cedimenti fisici, la tosse, lo junk food, il riposo al quale non vuole cedere, la testa appoggiata sul tavolo come una ragazzina esausta, la consapevolezza di quanto le resta da fare nel tempo che le resta da vivere. Il cancro viene evocato per un secondo, come un incidente trascurabile in una vita densa, come gli assalti della polizia (che definisce parte del lavoro di fare teatro di resistenza). Le sfumature sono inscindibili, così come l'indistruttibile ottimismo dalla conoscenza del dolore, l'umorismo graffiante, sempre presente, dalla tristezza incolmabile di aver perso non uno ma due grandi amori e compagni di battaglia (prima Julian Beck, poi Hanon Reznikov); la coscienza della capacità umana di fare il male assoluto dalla certezza che continuare a denunciare un sistema di miseria e prevaricazione attraverso l'energia di un'arte fisica e sessuata, di estasi che è sacra, empatica e condivisa, è già di per sè un atto rivoluzionario. Ad ogni particella di disperazione corrisponde un gemito di rivolta, in un ciclo miracoloso quanto il sorgere del sole sulla scena di un massacro.
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