CANNES 65 - “Reality”, di Matteo Garrone (Concorso)


Matteo Garrone impone il cinema alla reality, e la trasforma in show. Cinema sulla realtà proprio in senso spaziale allora, che infatti continua implacabilmente a guardare dall'alto, a mappare gli spazi di un set che con forza non si fa altro che ribadire estraneo. Dopo Gomorra, si conferma lo sguardo di un cineasta che ha già deciso da che parte stare, ed è sempre dall'altra. Prima ancora che parta il movimento perpetuo del pianosequenza: vietato posarsi

Matteo Garrone impone il cinema alla reality, e la trasforma in show. Cinema sulla realtà proprio in senso spaziale allora, che infatti continua implacabilmente a guardare dall'alto, a mappare gli spazi di un set che con forza non si fa altro che ribadire estraneo. Dopo Gomorra, si conferma lo sguardo di un cineasta che ha già deciso da che parte stare, ed è sempre dall'altra. Prima ancora che parta il movimento perpetuo del pianosequenza: vietato posarsi su qualcosa, qualcuno, un volto, una battuta – il pianosequenza è unstoppable, e per il cinema è già troppo tardi, resta fuoriscena, fuoricampo, fuori dalla casa (sei stato nominato).

Di nuovo, da un'altra parte: quanto cinema resta sprecato nelle intuizioni e nei linguaggi di questa squadra di caratteristi partenopei, tutti strepitosi quanto trascinati dal film in un grottesco trasognato che vorrebbe guardare all'ultimo Fellini di sabotaggio catodico (L'intervista, Ginger e Fred) e invece finisce solo per chiudersi in un baretto pittoresco da esporto più che da esportazione, per ritrovare dietro al bancone l'allampanato Ciro di Gomorra, il quale poi tra un film e l'altro un reality l'ha fatto sul serio, intuendo appieno il conflitto tutto garroneo e spesso fallimentare tra maschera e personaggio.

Il pescivendolo Luciano è ossessionato dall'essere costantemente sotto controllo da agenti sotto copertura del Grande Fratello, che ne stanno testando la condotta nella vita quotidiana per decidere se trasformarlo o meno in un concorrente del programma, dopo un provino superato dal protagonista in maniera rocambolesca. Questa sua psicosi porterà alla rovina la sua famiglia e la sua vita, ma di certo non porta sul fondo con sé il film, che mantiene invece la superficie chirurgica di un geometrico esercizio di stile (al pari delle musiche un po' turistiche di Alexandre Desplat) privo come al solito di qualunque respiro o affetto, o di un sentimento che non sia una sorridente, composta ripugnanza (non a caso l'elemento meglio riuscito è la replica, fedelissima e curatissima, dei personaggi e delle scene prese da un'edizione qualsiasi del Grande Fratello “reale”).

 

Non è un cinema da tenere lontano, quello di Matteo Garrone, perché ad evitarci ci pensa da sé (confrontare ad esempio le pantagrueliche e squillanti cerimonie familiari in ristorante all'inizio di Reality e di Fortapasc di Marco Risi, per rendersi conto della differenza non solo di approccio quanto proprio nella concezione dei corpi, del sangue che li anima e di conseguenza innerva le immagini). Tutto intento ad innalzare le pareti di una situazione-set puntualmente delineata e racchiusa, invece di fare esplodere proprio questo set tra le vie e le case di questa Napoli a cui, come dicevamo all'inizio, Garrone vuole per forza imporre la gabbia del (suo) cinema. Si dimenano per non lasciarsi addomesticare, le immagini e i corpi di questa città. Ma l'unica via di fuga concessa è quella, illusoria, di intrufolarsi volontariamente tra i reclusi di uno studio televisivo senza via di uscita.

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Sono presenti 18 commenti
  1. E se invece pensassi con la tua testa e ragionassi in termini meno schematici? Il motivo per cui leggo sentieri selvaggi è proprio che non mi stanno a sparare giudizi, ma cercano di raccontarmi qualcosa. Lo capite che sono scrittori di cinema, questi qui? Chapeau!

    Inviato da Dina M il 19/05/2012
  2. Devo addurre dalla sequenza dei commenti che la recensione era una stroncatura... Cordialità.

    Inviato da ottusangolo il 19/05/2012
  3. Preghiamo i nostri lettori di attenersi, pur nella libertà di espressione, al tema dell'articolo da commentare, e soprattutto di evitare accuse e affermazioni lesive della persona, dalle quali ovviamente ci dissociamo totalmente. Questo è uno spazio aperto e libero, senza filtri. Aiutateci a mantenerlo cosi. Grazie.

    Inviato da Redazione il 19/05/2012
 

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