CANNES 65 – “Le grand soir”, di Benoît Delépine e Gustave Kervern (Un certain regard)


I due registi raccontano la stessa umanità marginale di Louise-Michel e Mammuth, ma non si lasciano mai veramente coinvolgere dalle traiettorie incoerenti dei loro personaggi monocordi che sembrano uscire dal cinema di Kaurismaki. Delépine e Kervern tengono a mostrare l’oltre, a trovare le connessioni di senso, a individuare e chiarire l’intelaiatura della costruzione

le grand soirI fratelli Bonzini sono due disadattati, chi in un modo chi in un altro. Jean-Pierre, il più ‘serio’, è un venditore di materassi patetico e incapace. Benoît, invece, si fa chiamare Not ed è un irriducibile punk fuori età. Quando Jean-Pierre si ritroverà senza più moglie né lavoro, sarà costretto a seguire le orme del fratello, immaginare una nuova ribellione punk. Nome di battaglia Dead. La coppia è formata: Not - Dead. Ancora vivi, nonostante tutto.

 

Verrebbe da fare un parallelo tra l’ultimo Ken Loach e  Le grand soir. Due commedie nell’epoca della contestazione, che, per vie differenti, provano a immaginare una stessa opposizione, personale, assolutamente personale, alla crisi. Eppure Ken Loach, nell’irriverenza proletaria dei suoi personaggi, trova la sanguigna materialità di un reale da criticare, ma da non mettere in dubbio nella sua sostanza, dato acquisito (dato per cattivo) prima ancora che compreso. Delépine e Kervern, invece, si chiamano subito fuori, liberi di muoversi in un mondo prefabbricato e artificiale. Iperreale, quindi. Non è certo a caso che l’intero film si sviluppi negli spazi sempre stranieri e asettici di una piccola cittadella commerciale, tra i negozietti e i franchising delle grandi catene, i ristoranti anonimi, capannoni e parcheggi. Spazi vuoti come quelli del villaggio poco distante, “cancellato” dalla crisi. Ed è chiaro che tutto è segno di un paradigma perfettamente orchestrato, di un’evidenza simbolica controllata. L’obiettivo scoperto è d'immaginare una risposta alla distanza incolmabile della contemporaneità, al vuoto dei rapporti. Not e Dead assumono coscienza della loro precarietà e provano a far massa. Ma, probabilmente, l’unica via d’uscita è nel gesto isolato, nello scarto fantastico, capace di riscrivere e illuminare la geografia triste del capitalismo alla fine del mondo.

 

I due registi raccontano la stessa umanità marginale di Louise-Michel e Mammuth, ma non si lasciano mai veramente coinvolgere dalle traiettorie incoerenti dei loro personaggi monocordi che sembrano uscire dal cinema di Kaurismaki. Delépine e Kervern tengono a mostrare l’oltre, a trovare le connessioni di senso, a individuare e chiarire l’intelaiatura della costruzione. Ed è quindi decisiva la scena in cui Not improvvisa una scalmanata danza punk dinanzi alla vetrata di un ristorante. Un gesto d’inconsapevole liberazione che diviene una vera e propria contestazione solo nello stacco di montaggio successivo, che mostra come in realtà il ristorante non sia chiuso, sia semplicemente protetto da un vetro monodirezionale. Not sputa in faccia ai clienti basiti. Senza volerlo. L'istinto ribelle ritrova compiutezza solo nel procedimento di una comicità che si gioca più sulla costruzione sintattica delle scene che sui ritmi, i tempi, le traiettorie dei corpi. Ecco, il cinema di Delépine e Kervern è tutto in questa frizione tra l’anarchia apparente dei personaggi e l’effettivo rigore geometrico del linguaggio. L’iperrealismo scopre una consapevolezza pop art, che pur affascinando, rischia di disarmare ogni effettiva carica rivoluzionaria.

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