LOCARNO 65 - "Quelques heures de printemps", di Stéphane Brizé (Piazza Grande)
Esplosivo nel suo accumulo di dettagli, filma l'attesa della morte in modo viscerale e silenzioso. Sempre più imploso, negandosi ogni apertura verso l'esterno, il quinto lungometraggio del cineasta francese è sempre sull'orlo dell'abisso con una vertigine simile a Tutti i nostri desideri e La guerra è dichiarata. Con Vincent Lindon che ormai recita sempre più da Dio anche quando è quasi completamente fermo e non parla più
C'è modo e modo di filmare l'attesa della morte. Quella sottoforma di commedia grottesca di Kill Me Please, quella glaciale dell' 'elogiatissima Palma d'Oro' di Amour di Michael Haneke e questa viscerale e silenziosa di Quelques heures de printemps, quinto lungometraggio del francese Stéphane Brizé. Un film senza squarci, chiuso in una vicenda di dolore faticosamente contenuto, fatto di gesti nervosi, di scatti di rabbia improvvisi, nel tentativo (im)possibile di abbattere dei muri tra i personaggi e anche quelli con il proprio passato. Lui, Alain Evrard (Vincent Lindon), 48 anni, torna a vivere dalla madre dopo aver scontato 18 mesi di prigione. I loro rapporti sono sempre tesi. Poi l'uomo scopre che lei è affetta da un male incurabile.
Quelques heures de printemps accumula dettagli, li fa diventare esplosivi, accentua una distanza nel rapporto madre e figlio con insostenibile forza e verità. Ciò si può vedere nell'ossessione per la pulizia della donna, nella scena in cui mangiano separati cercando di 'comprarsi' col cibo la compagnia del cane e alzando il volume della tv e della radio o anche nelle immagini di lei che sbuccia la mela o cammina con l'ombrello sotto la pioggia. Brizé è sempre sul punto dell'abisso, sempre dinanzi a un baratro dove la protagonista può cadere (bravissima Hélène Vincent che mostra il suo personaggio più con i muscoli della faccia che con le parole), con una vertigine simile a quella di Tutti i nostri desideri di Lioret o La guerra è dichiarata della Donzelli. Ci sono anche aperture verso l'esterno, forse verso la possibilità di un futuro diverso che poi viene (auto)negato. Il gioco di sguardi tra Alain e la donna (Emmanuelle Seigner) al bowling viene rimbombato proprio dai suoni, dai rumori della palla contro i birilli, tracce di brevissima interruzione o proprio colonna sonora, rumore già fisico che preannuncia una passione (s)frenata perché poi il film si chiude nella sua implosione, nei litigi che sembrano quasi sfondare dallo schermo, nei dialoghi lunghissimi apparentemente semplicissimi nel campo/controcampo ma in cui si respira tensione, dolore, lacrime trattenute, parole che non escono e che restano ingoiate in gola.
Entrano in gioco rimpianto, riscatto negato, voglia e impossibilità/incapacità di poter e saper piangere, dentro inquadrature che mostrano la fragilità di quello che si sta filmando anche se tutto è apparentemente immobile. Ma dove si ha sempre la sensazione che qualcosa possa succedere. Attraverso il successivo stacco o con solo un leggero movimento di macchina. Dove un monumentale Vincent Lindon - protagonista già del precedente film del regista, Mademoiselle Chambon del 2009 - ormai recita da Dio anche quando è fermo, quando non parla quasi per niente in tutta la seconda parte del film. Uno dei pochissimi attori oggi in grado di farti entrare nella sua testa.
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