"La migliore offerta", di Giuseppe Tornatore
Quasi una creazione in atto, un film sullo smascheramento del cinema dove Geoffrey Rush ricicla la ritualità del gesto di Il sarto di Panama, ma poi si smarrisce una volta uscito fuori dai territori delle aste. Pur con passaggi meccanici, ci sono le felici tracce thriller di La sconosciuta con in più un'eleganza inquieta
Non è più il tempo della memoria, quello affettivo di Stanno tutti bene o quello nostalgico di L'uomo delle stelle quello messo in gioco in La migliore offerta. E' piuttosto quello sospeso tra realtà e immaginazione, scandito dagli ingranaggi di quegli orologi che poi prendono visivamente forma, ma il cui ticchettio sembra di avvertirlo, più che sentirlo, quasi per tutta la durata del film. C'è il tempo della vendita degli oggetti all'asta, quello dell'attesa al bar fuori la villa, quello del rapporto tra apparizione e sparizione della giovane ragazza dentro la casa che ne crea quasi uno soggettivo, ideale.
Il cinema di Tornatore riparte proprio da quella che potrebbe essere una creazione in atto, un po' come le visioni passionali di Nuovo Cinema Paradiso. Tutto potrebbe partire dalla mente di Virgil Oldman, uomo colto e solitario che esercita con maniacalità il mestiere di antiquario. Il giorno in cui compie 63 anni, riceve la telefonata di una misteriosa ragazza che gli chiede di occuparsi della dismissione di alcune opere d'arte di famiglie. Ma lei ogni volta inventa una scusa per non presentarsi all'appuntamento. Virgil è così sempre più irritato e tentato di lasciare l'incarico. In realtà però c'è qualcosa di questa misteriosa vicenda che lo attrae.
Il cinema di Tornatore inizialmente, come spesso avviene nella sua opera, accumula dettagli descrittivi: l'ossessione per i guanti, la cena da solo, la paura di toccare gli altri, la tinta dei capelli con Geoffrey Rush - che qui più che altre volte sembra venire fuori da quella ritualità del gesto già presente in Il sarto di Panama di John Boorman - in cui non solo il suo isolamento, ma la sua impermeabilità verso l'esterno, lo portano quasi a chiudersi in un frammento in uno sguardo in macchina, quasi un dialogo privato che potrebbe essere già un singolo film.
Poi però c'è l'altro film. Tutto il rapporto tra Virgil e Claire, basato sul potere seduttivo della parola (attraverso la porta, al telefono), quasi una voce umana dove, proprio al contrario di Nuovo Cinema Paradiso, è l'elemento verbale che fa scattare l'immaginazione e il desiderio. Tutto quel gioco tra il non mostrarsi, il nascondersi ma con anche l'impulso di volersi rivelare, mette in gioco delle traiettorie inconsuete e affascinanti nel suo cinema che quando non si portano dietro i segni di un'eccessiva elaborazione evidente più a livello di scrittura, mettono efficacemente a fuoco l'anticamera dell'atto artistico. Virgil non è più l'antiquario ma è come il pittore che, mentre parla con Claire si immagina il suo soggetto da dipingere. Un altro volto a cui dare forma, come quelli moltiplicati nella stanza dei quadri in cui si sentono le voci che sono altri contrappunti della colonna sonora di Ennio Morricone, molteplici donne del ritratto in cui si sentono anche le tracce dei vecchi noir.
Quando il cinema del regista siciliano si dirige ai confini del soprannaturale, della dimensione claustrofobica (Una pura formalità), o del thriller (La sconosciuta), raggiunge gli esiti più convincenti, evidenti soprattutto nel suo rapporto col giovane (Robert) in cui c'è la confidenza ma anche la paura dell'inganno. E La migliore offerta precipita verso detour polanskiani, ha una tensione degna di L'amico americano di Wenders e, quando si spoglia di alcuni passaggi troppo meccanici (la presenza dell'automa, i passaggi numerici della donna del bar), assume anche un'eleganza inquieta, rafforzata anche dall'ambientazione mitteleuropea.
Forse è un altro film sul cinema con Geoffrey Rush che sembra recitare come in palcoscenico e poi si smarrisce una volta uscito fuori dai territori delle aste. O della sorprendente prova dell'attrice olandese Sylvia Hoeks, capace di essere presente senza volto e senza corpo. Ma anche sulla sua illusione, sulla messinscena e sullo smascheramento. Con uno sguardo inconsueto, segnato proprio da un tempo (de)limitato, che portano il cinema di Tornatore verso un respiro internazionale finalmente autentico.
Regia: Giuseppe Tornatore
Interpreti: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Dnald Sutherland
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 124'
Origine: Italia 2012
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