Gangster n°1
Il film di Mc Guigan inizia sulle note di una celebre canzone anni ‘60. Il tutto sembrerebbe indicare un tono calmo, un’atmosfera rilassata, un registro classicheggiante. Beh, niente di più sbagliato. Si viene subito catapultati infatti nell’atmosfera allucinata e quasi grottesca di un incontro di boxe che si svolge all’interno di un locale frequentato da gente ricca. Da qui in poi, lo schermo vedrà l’avvicendarsi di isterie e furori visivi al limite della nevrastenia “oculare”. E in fondo il film vive di dettagli visuali e di atmosfere, chiaroscuri difficili da decifrare secondo un approccio logico al narrato. Tutto è compreso all’interno di una dimensione quasi astratta in cui ad una normale sintassi cinematografica fondata su un equilibrio abbastanza stabile forma\contenuto, viene sostituito un predominio assoluto della sfera formale e nella fattispecie, di quella visiva. Ed è proprio qui che l’opera di Mc Guigan riesce meglio a spiazzare, a sorprendere, ad infastidire anche, con un uso a volte francamente eccessivo del grandangolo o dell’accellerazione ritmica all’interno della sequenza. A volte il gioco si fa un po’ fine a se stesso, ma certi momenti lasciano il segno (tutti quelli ad esempio in cui, senza soluzione di continuità, si passa dalla stasi descrittiva di certi inserti sulla malavita, alla contemplazione ironica della furia omicida del protagonista che ri-disegna con scansione delirante il proprio percorso di formazione) ed è interessante notare come la prassi citazionista presente in tanto cinema postmoderno, si trasformi qui in intelligente riflessione sul potere dell’immagine “citata” e sulla sua natura di modello da riprendere. Ci si riferisce ovviamente ad uno dei barbari omicidi del protagonista, quello in cui diventa esplicito l’omaggio ad Arancia meccanica di Kubrick. La sequenza comincia in maniera molto simile, ma finisce in un bagno di sangue che affolla tutto il quadro visivo, fino a fuoriuscirne quasi. Il che è abbastanza singolare per un film peraltro moderatamente castigato nell’esibizione della violenza, ma al tempo stesso segnale indicativo di certi limiti dell’opera. Si potrebbe accennare al fatto che in definitiva Gangster n°1 non abbia molto spessore, che contenga al suo interno un’atmosfera che non riesce ad avvicinarsi nemmeno per un attimo a quella della tragedia e che soprattutto, pur contendendo tracce di riflessione interessanti, non riesca mai ad andare al di là della citazione per creare qualcosa di personale. La sequenza finale comunque in cui il protagonista ormai vecchio, si lascia cadere dal grattacielo in cui vive, è un modo intelligente di scandire il binomio ascesa\caduta all’insegna di un dis-equilibrio narrativo fortissimo. L’ascesa infatti occupa l’intera vicenda. La “caduta” invece (da intendere nel senso più letterale del termine) pochi secondi. Ritmati dal motivo musicale dell’inizio.Titolo originale: Gangster n°1
Regia: Paul McGuigan
Sceneggiatura: Johnny Ferguson
Fotografia: Peter Sova
Montaggio: Andrew Hulmer
Musica: John Dankworth
Scenografia: Richard Brigland
Costumi: Jany Temime
Interpreti: Malcolm McDowell (gangster a 55 anni), David Thewilis (Freddie Mays), Paul Bettany (gangster giovane), Saffron Burrows (Karen), Jamie Foreman (Lennie Taylor), Andrew Lincoln (Maxie King), Kenneth Cranham (Tommy), Razaaq Adoti (Roland), Doug Allen (Mad John), Eddie Marsan (Eddie Miller)
Produzione: Jonathan Cavendish, Norma Heyman per Film Four/Pagoda Films Production
Distribuzione: Fandango
Durata: 105’
Origine: Gran Bretagna, 2000
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