Storie

Se la narrazione policentrica può diventare così ingombrante da deformare la sceneggiatura, nel caso di Storie gli squilibri narrativi servono appunto per testare ulteriormente questa patologia. I personaggi non pensano/agiscono secondo indici di verità accertate. Non è una novità che l’uomo può essere solo secondo i soli principi del Logos. Ma il vero problema è che l’attrice, il fotografo, e l’extra-comunitario non credono veramente in quello che fanno. Oggigiorno la credenza è una dimensione umana che pare sollecitare particolarmente l’interesse di molti filosofi e scienziati. E l’essere senza credenza è più fragile e precario di tutti gli altri. In Der siebente Kontinent e Funny games chi non credeva infatti nella famiglia finiva per annientarla. Colpa dell’alienazione neocapitalistica, e della dissoluzione borghese? Non basta. La credenza è anche un connettivo che elabora la socialità. Si crede insieme, e chi non lo fa resta isolato. Proprio come Haneke che non crede in questa diegesi a la francaise che ha filmato forse per entrare nelle grazie di Cannes (e in parte ci è riuscito!). Qui è successo addirittura che il mistero della violenza tanto caro al regista sia stato ridotto alla cifra di un bozzetto (il bambino sull’orlo del precipizio nella fiction della Binoche). Il livello è così superficiale, che l’incessante ripetitività tassonomica di una retorica della dialettica stasi/violenza non serve più a stabilire rapporti con un’ampia fascia di esperienze come nelle pellicole succitate. Haneke dimostra che quando sceglie le corde non sue rischia ogni stereotipo e la ricerca di colore come quel fotografo anti-voyeurista amato dalla Binoche che non dimentica la prima moglie. Una piccola parvenza di dignità sembra venire proprio dalla letteratura bassa. Esattamente da quei romanzi pubblicati in Francia tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Settanta e scritti appositamente per dimostrare che non si potevano più scrivere romanzi qualunque. Certo che se ogni episodio del film lasciato in sospeso in favore della massima attesa fosse seguito da un denouement, da uno svelamento capace di rovesciare tutto il plot come nel romanzo popolare, allora l’importanza di Code inconnu sarebbe andata oltre la sonorizzazione ben calibrata e l’affresco metropolitano per raggiungere il mélo.
Titolo originale: Code inconnu
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Jurgen Jurges
Montaggio: Karin Martusch, Nadine Muse, Andreas Prochaska
Musica: Giba Gonçalves
Scenografia: Emmanuel de Chauvigny
Costumi: Françoise Clavel
Interpreti: Juliette Binoche (Anne), Thierry Neuvic (Georges), Luminita Gheorghiu (Maria), Alexandre Hamidi (Jean), Maimouna Hélène Diarra (Aminate), Ona Lu Yenke (Amadou), Djibril Kouyaté (il padre), Guessi Diakite-Goumdo (Salimata), Crenguta Hariton Stoica (Irina), Bob Niculescu (Dragos) Josef Bierbichler (contadino)
Produzione: Marin Karmitz, Alain Sarde per Arte France Cinéma/Bavaria Film/Filmex/France 2 Cinéma/Studio Canal+/Les Films Alain Sarde/MK2Productions/Romanian Culture Ministry/Zweites Deutsches Fernsehen
Distribuzione: Bim
Durata: 118’
Origine: Francia/Germania/Romania, 2000


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