Faccia a faccia
Un aeroplano in miniatura proveniente dal passato. Un corpo capace di ri-vedersi com’era trent’anni prima. Un locale in cui il tempo si è fermato. Piccoli segnali questi, vere e proprie mine vaganti in un tessuto narrativo in cui rompono il deja-vù di certe scelte narrative, di certi stilemi segnici. Ed è proprio da queste varianti impazzite che si può cercare di costruire un senso “in progress”, sganciato da ogni possibile lettura testuale dei fatti. Il piccolo aeroplano quindi. Simbolo di un passato che torna inaspettatamente (era un gioco d’infanzia del protagonista). Segno deciso quindi di una atemporalità di fondo che permea di sé tutta l’opera. E soprattutto un oggetto capace di scavalcare l’evidenza figurativa che lo vuole semplice gioco per bambini. Ma in fondo è un gioco. Un gioco fattuale anzitutto, ma anche e soprattutto una sorta di rifigurata “Madelaine” proustiana in grado di far ri-vivere il tempo passato mostrandosi come porta del tempo, segnale di una rimozione avvenuta troppo presto. Si passa così dalla “cosificazione” oggettuale, all’entrata nella traiettoria di uno sguardo rifiguratosi come carne del visibile, in grado di provocare nel protagonista una vera e propria crisi della presenza (De Martino). Si passa così alla seconda mina. Il vedersi bambino, gettando un’occhiata veloce\inquietante\sorpresa a delle sembianze fisiche parlanti un linguaggio che si era dimenticato col tempo. Volutamente però, per scampare ai terribili assilli di una memoria impietosa. L’entrata in contatto con un altro sé, come accennavamo precedentemente, diventa foriera di una sfasatura impercettibile, ma comunque evidente, legata ad una sostanziale diacronia tra le stagioni passate e lo sguardo presente. Così il protagonista lungo l’arco di tutta la vicenda non “è”, ma si limita a restare sospeso in una condizione oscillante che ci porta a considerarlo una funzione vivente (in sede d’analisi semiologica) in grado di esperire la liberazione della carne dal vincolo del tempo-che-passa, e soprattutto da ogni tipo di condizionamento legato all’età e ai simulacri di essa. Il locale cui abbiamo accennato all’inizio poi. Senza tempo, capace di cristallizzare la forma corporea in un sussulto immaginifico di crescita da compiersi (il protagonista riesce a vedersi quando sarà vecchio) senza che vi sia paradosso alcuno tra immagine del presente e immagine del domani. Così il film di Turteltaub parte come il classico Disney con tutte le premesse per far divertire all’insegna del disimpegno il pubblico infantile, ma non le mantiene, o meglio, le mantiene in parte. Ciò che resta fisso davanti agli occhi infatti è quella strana immagine di un Bruce Willis attonito di fronte al suo passato (il bambino che lo ha seguito durante tutto il film) e al suo futuro (l’apparizione fugace della sua immagine da vecchio). Una dicotomia figurativa in grado di parlare al cuore, capace di riallacciarci ad un cinema del corpo che si fa cinema del desiderio-di-un corpo (infantile, adulto, non importa) e che è capace soprattutto di annullare ogni tipo di verosimiglianza logica a favore di un sublime gioco coi paradossi del cinema. Che è gioco, rischio (la mente va all’ultimo Raimi, ma anche a City of Angels) scommessa. Su corpi in bilico su un abisso che ci piace chiamare Vita. Titolo originale: The Kid
Regia: Jon Turteltaub
Sceneggiatura: Audrey Wells
Fotografia: Peter Menzies jr.
Montaggio: Peter Honess, David Rennie
Musica: Marc Shaiman
Scenografia: Garreth Stover
Costumi: Gloria Gresham
Interpreti: Bruce Willis (Russ Duritz), Spencer Breslin (Rusty Duritz), Emily Mortimer (Amy), Lily Tomlin (Janet), Jean Smart (Deirdre Lafever), Chi McBride (Kenny), Daniel Von Bargen (Sam Duritz), Dana Ivey (dott.ssa Alexander), Susan Dalian (Giselle), Stanley Anderson (Bob Riley)
Produzione: Jon Turteltaub, Christina Steinberg, Hunt Lowry per Chester Films/Junction/Walt Disney Productions
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 104’
Origine: Usa, 2000
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