Ritorno a casa
Potenza della parola in un cinema che è eterno presente, sguardo che abbraccia "tutto l'essere del mondo". In un gesto, una parola sola.
Il teatro, il cinema e la vita: sono tre i punti cardinali che segnano la via nella cartografia disegnata dalla macchina da presa di Manoel de Oliveira. Una bussola preziosa per orientarsi fra vicoli ciechi e botole del destino, schivare la morte che, prima si aggira misteriosa fra le quinte di un palcoscenico, poi, improvvisa, irrompe nella rappresentazione teatrale, in una pìece di Ionesco messa in scena da un anziano attore.
Lunghi piani fissi, come sempre nel cinema di de Oliveira, giocano fra sipario e schermo bianco, cinema e teatro, fra la morte e la vita, il dentro e il fuori, i margini dell'inquadratura e il fuori - campo dello sguardo.
Il novantatreenne regista portoghese rappresenta l'irrapresentabilità di un'assenza, la lontananza del calore di un corpo. Cifra stilistica che indica un naufragio narrativo, tragedia di ciò che non può mostrarsi senza negarsi all'occhio umano, ad uno sguardo ostinato: quella privazione e necessità di un contatto che attraversa la sequenza della chiusura della bara in "La stanza del figlio" di Moretti o le circolari peregrinazioni di Charlotte Rampling che, come struzzo, soffoca "Sous le sable" il suo urlo disperato o, ancora, le armonie e disarmonie dell'anima de "L'ultimo bacio" di Muccino, anche se qui si tratta di lutti diversi, o infine, la morte rivelatrice de "Le fate ignoranti" di Ozpetek.
Tutti fotogrammi che cercano di mettere a fuoco un limite, quel confine invisibile che, rubando le parole a Wittgenstein, separa ciò che si può dire da ciò che può solo essere mostrato, vissuto in prima persona in una lunga soggettiva, o spiato da lontano, con un interminabile piano sequenza che consumi il tempo del dolore, come nell'inquadratura finale di "Vive l'amour" di Tsai Ming - Liang.
Ma la macchina da presa di de Oliveira non intende mostrare nulla, non teme la morte, l'indicibile.
Anzi: sembra beffarsi del destino continuando a parlare quando si dovrebbe solo tacere, ad alzare la parola come scudo metafisico contro gli accidenti del mondo.
Nell'ultimo dialogo di "Le roi se meurt" - la rappresentazione teatrale dell'opera di Ionesco che apre "Ritorno a casa" - Catherine Deneuve sussurra al re morente, interpretato da Michel Piccoli: "Tu non hai più le parole, il tuo cuore non batte più".
Dunque il cinema, vita che respira sullo schermo, è gesto verbale, un moto osmotico di frasi e proposizioni che si rincorrono, travestite da surreali sottotitoli, sulla superficie di un piano fisso che incornicia il viso di John Malkovich, "le metteur en scène", accanto ad una cinepresa che tenta ancora di filmare l'infilmabile, gli spettri dell'io che affollano l' "Ulisse" di James Joyce.
Ma anche qui la parola, a poco a poco, diviene materia e risuona magnetica davanti agli occhi del regista, come un atteso "Acto da primavera" resuscita il corpo, allontana il fantasma e salva il cinema.
Una puissance de la parole che pulsa in tutta l'opera di de Oliveira e in "Ritorno a casa" si tinge di nuovi colori, veste le stagioni del tramonto di un uomo che finalmente riesce a scorgere - con un semplice movimento del corpo, la mitezza di una frase - il mondo "sub specie aeternitatis".
Il dramma diventa "slapstick comedy", l'ironia scaccia la morte e restituisce un istante di gioia infinita: il cinema è l'incedere balbettante del protagonista che entra in un bar, l'ossessiva e nevrotica ripetizione di un rituale (la lettura del quotidiano "Libération" sempre nello stesso caffè e seduti al medesimo tavolino) che si scioglie in gag surreale, la maschera di Buster Keaton che diviene sul viso di Michel Piccoli...Metamorfosi di una parola/corpo di scherno che urla "No" alla morte, grida sprezzante la "terribile" negazione celebrata da Padre Antõnio Vieira in "Parole et utopie", e riscopre la differenza di un cinema che non conosce perdita o assenza della materia perché è eterno presente, sguardo che abbraccia "tutto l'essere del mondo". In un gesto, una parola sola.
Titolo originale: Je rentre à la maison
Regia: Manoel de Oliveira
Sceneggiatura: Manoel de Oliveira
Fotografia: Sabine Lancelin
Montaggio: Valérie Loiseleux
Scenografia: Yves Fournier
Costumi: Isabel Branco
Interpreti: Michel Piccoli (Gilbert Valence), Catherine Deneuve (Marguerite), John Malkovich (Il regista), Antoine Chapey (George), Leonor Baldacque (Sylvia), Leonor Silveira (Marie), Ricardo Trepa (la guardia), Jean-Michel Arnold (il dottore), Adrien de Van (Ferdinand), Sylvie Testud (Ariel), Andrew Wale (Stephen), Isabel Ruth
Produzione: Paulo Branco per Centre National de la Cinématographie/France 2 Cinéma/Gémini Films/Istituto do Cinema Audiovisual e Multimédia/Le Studio Canal+/Madragoa Filmes/Radiotelevisão Portuguesa
Distribuzione: Mikado
Durata: 90'
Origine: Francia, 2000
Lunghi piani fissi, come sempre nel cinema di de Oliveira, giocano fra sipario e schermo bianco, cinema e teatro, fra la morte e la vita, il dentro e il fuori, i margini dell'inquadratura e il fuori - campo dello sguardo.
Il novantatreenne regista portoghese rappresenta l'irrapresentabilità di un'assenza, la lontananza del calore di un corpo. Cifra stilistica che indica un naufragio narrativo, tragedia di ciò che non può mostrarsi senza negarsi all'occhio umano, ad uno sguardo ostinato: quella privazione e necessità di un contatto che attraversa la sequenza della chiusura della bara in "La stanza del figlio" di Moretti o le circolari peregrinazioni di Charlotte Rampling che, come struzzo, soffoca "Sous le sable" il suo urlo disperato o, ancora, le armonie e disarmonie dell'anima de "L'ultimo bacio" di Muccino, anche se qui si tratta di lutti diversi, o infine, la morte rivelatrice de "Le fate ignoranti" di Ozpetek.
Tutti fotogrammi che cercano di mettere a fuoco un limite, quel confine invisibile che, rubando le parole a Wittgenstein, separa ciò che si può dire da ciò che può solo essere mostrato, vissuto in prima persona in una lunga soggettiva, o spiato da lontano, con un interminabile piano sequenza che consumi il tempo del dolore, come nell'inquadratura finale di "Vive l'amour" di Tsai Ming - Liang.
Ma la macchina da presa di de Oliveira non intende mostrare nulla, non teme la morte, l'indicibile.
Anzi: sembra beffarsi del destino continuando a parlare quando si dovrebbe solo tacere, ad alzare la parola come scudo metafisico contro gli accidenti del mondo.
Nell'ultimo dialogo di "Le roi se meurt" - la rappresentazione teatrale dell'opera di Ionesco che apre "Ritorno a casa" - Catherine Deneuve sussurra al re morente, interpretato da Michel Piccoli: "Tu non hai più le parole, il tuo cuore non batte più".
Dunque il cinema, vita che respira sullo schermo, è gesto verbale, un moto osmotico di frasi e proposizioni che si rincorrono, travestite da surreali sottotitoli, sulla superficie di un piano fisso che incornicia il viso di John Malkovich, "le metteur en scène", accanto ad una cinepresa che tenta ancora di filmare l'infilmabile, gli spettri dell'io che affollano l' "Ulisse" di James Joyce.
Ma anche qui la parola, a poco a poco, diviene materia e risuona magnetica davanti agli occhi del regista, come un atteso "Acto da primavera" resuscita il corpo, allontana il fantasma e salva il cinema.
Una puissance de la parole che pulsa in tutta l'opera di de Oliveira e in "Ritorno a casa" si tinge di nuovi colori, veste le stagioni del tramonto di un uomo che finalmente riesce a scorgere - con un semplice movimento del corpo, la mitezza di una frase - il mondo "sub specie aeternitatis".
Il dramma diventa "slapstick comedy", l'ironia scaccia la morte e restituisce un istante di gioia infinita: il cinema è l'incedere balbettante del protagonista che entra in un bar, l'ossessiva e nevrotica ripetizione di un rituale (la lettura del quotidiano "Libération" sempre nello stesso caffè e seduti al medesimo tavolino) che si scioglie in gag surreale, la maschera di Buster Keaton che diviene sul viso di Michel Piccoli...Metamorfosi di una parola/corpo di scherno che urla "No" alla morte, grida sprezzante la "terribile" negazione celebrata da Padre Antõnio Vieira in "Parole et utopie", e riscopre la differenza di un cinema che non conosce perdita o assenza della materia perché è eterno presente, sguardo che abbraccia "tutto l'essere del mondo". In un gesto, una parola sola.
Titolo originale: Je rentre à la maison
Regia: Manoel de Oliveira
Sceneggiatura: Manoel de Oliveira
Fotografia: Sabine Lancelin
Montaggio: Valérie Loiseleux
Scenografia: Yves Fournier
Costumi: Isabel Branco
Interpreti: Michel Piccoli (Gilbert Valence), Catherine Deneuve (Marguerite), John Malkovich (Il regista), Antoine Chapey (George), Leonor Baldacque (Sylvia), Leonor Silveira (Marie), Ricardo Trepa (la guardia), Jean-Michel Arnold (il dottore), Adrien de Van (Ferdinand), Sylvie Testud (Ariel), Andrew Wale (Stephen), Isabel Ruth
Produzione: Paulo Branco per Centre National de la Cinématographie/France 2 Cinéma/Gémini Films/Istituto do Cinema Audiovisual e Multimédia/Le Studio Canal+/Madragoa Filmes/Radiotelevisão Portuguesa
Distribuzione: Mikado
Durata: 90'
Origine: Francia, 2000
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