"La cienaga"
Film rivelazione del nuovo cinema argentino. Dalle montagne selvagge della provincia di Salta, nel nord dell’Argentina, un cinema del sentire, fatto di materia che rifiuta di farsi immagine, di rendersi virtuale o simbolica
La cienaga significa la pozza, lo stagno. Luogo dove l’acqua – elemento vitale, fondamentale – ristagna, marcisce, si decompone, muore. Stagnanti sono i corpi e i luoghi di questo film rivelazione del nuovo cinema argentino. Dalle montagne selvagge della provincia di Salta, nel nord dell’Argentina, il film si apre su una casa, una piscina sporca, piena di foglie; incrostata, come incrostazioni sono quelle che ricoprono (invisibili) i corpi dei personaggi che abitano, inserendosi perfettamente in esso, l’ambiente di questo film.
Due famiglie, nessuna storia. O, meglio, la storia è già passata, trascorsa. Il film si colloca in un interstizio del tempo, là dove la tempesta è già passata e restano solo macerie, resti. Resti organici ed inorganici. Lucrecia Martel, trentacinquenne regista argentina al suo primo lungometraggio, con una lucidità e un rigore filmico notevoli, esplora una situazione ferma, stagnante. È l’immobilità, nel tempo e nello spazio, del desiderio e dei sentimenti, a caratterizzare le immagini che scorrono.
Ciò che il cinema spesso riesce a fare meglio è mostrare, muoversi con la perizia di un esploratore per scoprire, deformandola, la realtà di una situazione. Muovendosi al di là dei ritmi urbani di una città tentacolare e stratificata come Buenos Aires, Martel filma, attraverso la carne e la materia, entrambi in decomposizione, la decadenza di una classe, quasi di una casta, della classe media argentina, di origine europea, che dell’Europa rivede e ricerca i segni, la tradizione, i gesti, che si muove quasi inconsapevole della storia che la attraversa. È nello scenario di Salta, regione di origine della Martel, con le sue montagne incombenti che aprono e chiudono il film, con i “pueblos” abitati da corpi non europei, da volti enigmatici come Isabel, la domestica, corpo sfuggente, indefinito che marca in profondità la distanza tra i mondi che abitano il paese, silenziosi, muti testimoni di esistenze che apparentemente continuano ad essere lì, visibili, vive, ma che, in realtà, non sono già più.
Ma ogni ferita inferta al corpo è come il segno di uno stato ormai irrimediabile. Il film pullula di tagli, ferite, squarci, nei corpi, come nelle cose che si rompono, si sbriciolano. Ma lo scenario nudo del film, l’acqua dei fiumi, il verde delle montagne che circondano la villa con piscina dove vive una delle due famiglie attorno alle quali ruota la narrazione, non si contrappone ai corpi e alle cose. La natura non è incontaminata, non offre uno spiraglio di salvezza.
I boschi dove i ragazzini vanno a caccia e dove un animale si dibatte agonizzante mentre affonda in una pozza di fango, si mostrano come luoghi in decomposizione, tali e quali i luoghi artificiali, la villa, la casa, i vestiti, la piscina.
Tutto il film, dunque, è adagiato, disteso, molle. Una sensazione tattile si impadronisce dello spettatore che vive il film e la sua fredda sofferenza. Un cinema del sentire, quello della Martel, fatto di materia che rifiuta di farsi immagine, di rendersi virtuale o simbolica (per quanto sia possibile leggere simbolicamente il film), di sfuggire allo scandalo di non essere pura e semplice rappresentazione.
Titolo or: La cienaga
Regia: Lucrecia Martel
Sogg. e Sceneggiatura: Lucrecia Martel
Fotografia: Hugo Colace
Suono: Hervé Guyader
Montaggio: Santiago Ricci
Cast: Graciela Borges, Mercedes Moran, Juan Cruz Bordeu, Martin Adjemian, Diego Baenas, Leonora Balcarce, Silvia Bayle, Sofia Bertolotto, Noelia Bravo Herrera, Maria Micol Ellero, Andrea Lopez, Sebastian Montagna, Daniel Valenzuela, Franco Veneranda, Fabio Villafañe.
Produzione: Lita Stantic Producciones (Spagna), Co-produttori, Quatro Cabezas Films (Argentina), Jose Maria Morales (Spagna).
Anno: 2001
Durata: 102 min.
Origine: Argentina
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