Non ho sonno
Dentro/oltre profonde discese abissali. Un percorso più “controllato” quello di Argento in Non ho sonno, leggermente spogliato dai liberi e soprattutto estremi barocchismi nello sguardo di La sindrome di Stendhal e Il fantasma dell’opera. Ma il cinema del cineasta italiano continua a popolarsi di traumi, di deliri e soprattutto accentua quella componente onirica che frantuma una realtà, già di per sé inconsistente, che aspira a un progressivo annullamento, a rendersi in/visibile. In Non ho sonno sembra davvero di trovarsi dentro un “sogno senza fine”, dentro un incubo che non riesce a interrompersi malgrado le consistenti ellissi temporali (Torino nel 1983 e quella di oggi). C’è un fantasma soprattutto che si aggira, un fantasma che non ha il volto del serial-killer ma quello del commissario Moretti, appositamente costruito sul corpo di Max von Sydow (quasi una combinazione anatomica tra due grandi registi “horror”, Friedkin e Bergman). Forse “il grande sonno” di Argento è soprattutto questo; è la sublime proiezione visiva delle immagini prodotte dalla mente che non risponde affatto a quella consequenzialità logica tra causa ed effetto, ma accentua “al limite” una deformazione non solo del visibile ma soprattutto del suono. Nella straordinaria sequenza dell’omicidio sul treno infatti, i rumori del mezzo prevalgono sull’immagine (resa sempre debole dalla fotografia del kubrickiano Ronnie Taylor), s’insediano nella mente, creano ritmo e lacerante tensione. Ma il suono viene anche accentuato dalla recitazione di Lavia e Zibetti, troppo teatrali, volutamente “fuori ruolo”, violenti ed esagerati come gli incubi in un sogno, come proiezioni che provengono dall’aldilà, dal buio della notte, mutanti “figure del male” che si nascondono dietro una tetra rispettabilità. Oppure anche dalla presenza di un’opprimente filastrocca (scritta appositamente da Asia Argento) che penetra e invade la mente e ritorna dal fuori-campo, ossessivamente come una fiaba angosciante.
Non ho sonno si nasconde così dietro una dimensione “nera”, più giallo/noir che thriller, genere in cui l’autore italiano torna “indietro nel tempo”. Tranne alcuni momenti di Trauma, infatti, Argento non realizza un giallo/thriller da Profondo rosso (il passaggio dal thriller all’horror è avvenuto - anche se mai in maniera radicale perché nei suoi film resistono davvero brandelli di generi che tendono a confondersi e non prendono mai forma autonoma – nel 1977 con Suspiria).
Ma Non ho sonno è anche luogo di ritorni: della musica dei Goblin (ancoraProfondo rosso), del labirinto urbanistico di Torino (Quattro mosche di velluto grigio e Profondo rosso). Passionale e proiettato verso una “perdizione” assoluta come Romero, gelido come Friedkin, con quella nostalgica capacità artigianale di esibire gli elementi del set come Mario Bava; Argento esplora il genere inserendo dentro tutto se stesso (caso unico in Italia), ipotizzando davvero le forme di tutto ciò che non si può filmare e, al tempo stesso, mostrando un’invidiabile geometricità e rigore nella messinscena, come in quella sequenza da antologia sul tappeto rosso di un teatro in cui si vedono soltanto le scarpe, momento che inebria lo sguardo e crea, contemporaneamente, altre inquietanti attese.
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini. Con la collaborazione di Carlo Lucarelli
Fotografia: Ronnie Taylor
Montaggio: Anna Napoli
Musica: Goblin
Scenografia: Antonello Geleng
Costumi: Susy Mattolini
Effetti speciali: Sergio Stivaletti
Interpreti: Max von Sydow (Ulisse Moretti), Stefano Dionisi (Giacomo), Chiara Caselli (Gloria), Rossella Falk (Laura De Fabritiis), Paolo Maria Scalondro (commissario Manni), Roberto Zibetti (Lorenzo), Gabriele Lavia (avv. Betti), Massimo Sarchielli (Leone)
Produzione: Dario Argento, Claudio Argento per Opera Film
Distribuzione: Medusa
Durata: 100’
Origine: Italia, 2001
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