2001: Odissea nello Spazio

Perché 2001 è diventato un film così importante? Perché un’opera tanto ostica e enigmatica è rimasta come pietra miliare di un’arte altrimenti popolare e di massa? Come ha potuto Kubrick immaginare un futuro così complesso e articolato?
Le spiegazioni che sono state date nel corso degli anni possono convincere o meno. C’è chi parla dell’enorme distanza che Kubrick ha saputo mettere tra la fantascienza del passato e quella contemporanea. In fondo, prima di 2001, le ipotesi cinematografiche sul nostro futuro si limitavano agli scontri con civiltà lontane e alieni a forma di insetto, o ai pericoli della civiltà atomica resi sotto forma di metafore più o meno verosimili.

2001cambia questo modo di pensare alla fantascienza come a un genere minore, volgare; al contrario, Kubrick adotta i codici del fantastico per costruire una riflessione filosofica di portata gigantesca. Non più omini verdi, raggi gamma, astronavi a forma di scodella, bensì silenzi disumani, spazi infiniti, viaggi nel tempo e nella memoria. Da quel momento in poi, la fantascienza cambia per sempre. Gli accorgimenti presi dal regista americano per distaccarsi da una tradizione poco amata sono di tipo tecnico e scientifico: l’aggiornamento delle scoperte astronomiche, l’attenzione verso l’attrezzatura della Nasa, l’intuito nei confronti di come avrebbe potuto essere una spedizione astrale nel 2001, hanno fatto sì che Odissea nello spazio non rechi traccia, ancora oggi, del minimo invecchiamento. La messa in scena cinematografica, a sua volta, va alla ricerca di un “ritmo” interiore lento e liturgico, con ariosi movimenti di macchina, lunghe panoramiche, contemplazioni silenziose del cielo e dell’astronave.

Altri, invece, pensano che il segreto del film stia nell’aver concepito un’opera sulla storia dell’uomo piuttosto che un’avventura di stampo tradizionale. Ricordiamo, infatti, che 2001comincia agli albori dell’umanità. Per la prima ora di film, in pratica i veri protagonisti sono gli scimmioni in attesa di evolversi nell’uomo: la scoperta dell’arma, la lotta per la sopravvivenza, l’invenzione della tecnica avvengono in un clima preistorico e pauroso. Kubrick, in queste sequenze, mette in scena crudamente il passato remoto dell'uomo, quasi a ricordarne l’origine ferina e violenta. Poi lo stacco di montaggio più celebre della storia del cinema trasforma un osso volteggiante in un’astronave, trasformando il passato in futuro.
Kubrick ci dice che tra la scoperta della manualità e la costruzione di una nave intergalattica intercorre solo il tempo del progresso. Lento ma inesorabile. Ecco perché 2001ha l’ambizione di dire qualcosa sull’uomo e sulla sua infinita presenza nell’universo.
In fondo, però, il vero cuore del film, e probabilmente il motivo della sua persistenza nella memoria collettiva, risiede negli interrogativi che pone e nell’afflato spirituale con il quale li porge.
Come tutti sanno, il maggior numero di speculazioni interpretative riguardanti l’opera di Kubrick si concentra sul simbolo del monolite. Presente sin dalle prime scene, quelle preistoriche appena citate, esso sembra sovrintendere a tutta l’evoluzione dell’umanità. Il monolite è di forma parallelepipeda, non proferisce verbo, non dà segnali, non comunica. Se ne sta là, silenzioso, immobile, “inconcepibile”: Ogni tanto emette un sibilo in grado di annientare gli astanti. Per il resto, è testimone muto di ciò che accade nel creato. I dubbi e le domande che pone questo monolite, una volta chiarito che il finale del film nulla spiega, si sono fatte molto insistenti. C’è chi ha detto che si tratta di una concettualizzazione di Dio, quasi che Kubrick volesse cercare di rappresentare la divinità in termini geometrici, non riuscendovi altrimenti. Altri sostengono che si tratta del feticcio di una lontana civiltà aliena, in grado di dirigere gli accadimenti della nostra civiltà e di portarla ai limiti più sconosciuti della propria esistenza. I critici più pensosi credono persino che il monolite sia uno schermo cinematografico, come a indicare nei film la salvezza dell’umanità. Tutte ipotesi intriganti, e impossibili da verificare. Kubrick, per di più, era molto reticente sull’argomento. Basti sapere, a corollario delle suggestioni elencate, che il regista pensava dapprima a esseri extraterrestri dalle forme allungate, sullo stile delle sculture di Giacometti; poi, le difficoltà di armonizzare queste raffigurazioni con il potente misticismo del resto del film (col rischio di creare un effetto involontariamente ridicolo) portò Kubrick a optare per questa misteriosissima scelta.
Qui, però, si tocca un nodo fondamentale dell’interpretazione del film.
Intercorre una forte distanza tra coloro che vedono 2001come un film sulla tecnica, disumano e freddo, in cui i veri protagonisti sono il monolite e il computer ribelle Hal 9000, e coloro che lo giudicano una delle grandi opere romanzesche sull’umanità e i suoi confini.
La seconda ipotesi trova conforto nella lunga parte finale, un viaggio commovente nel nostro futuro e nel nostro essere. L’ultimo astronauta in vita, Bowman, quasi un predestinato, attraversa dapprima una dimensione spazio-temporale sconosciuta, che Kubrick rappresenta come un cunicolo di luci e suoni non dissimile da un’esperienza psicotropa (ricordiamo che il film esce nel ’68!), e infine si trova in una stanza arredata secondo il gusto del ‘700 in cui vede se stesso sempre più invecchiato. In questa coesistenza di passato e futuro, in questo momento-zero della vita, stanno tutte le contraddizioni e le inconoscibilità dell’esistenza. Se Kubrick avesse concluso così, 2001sarebbe stato veramente il film oscuro che tutti pensano che sia. Invece, un’ultima inquadratura mostra un grande feto, il “feto astrale”, che rassicura sull’infinita rigenerazione dell’uomo e dell’universo. Di più: dice qualcosa dell’armonia, a volte misteriosa e persino terribile, tra uomo e universo. Un’ultima immagine serena, ineffabile, forse divina. Il più grande film sulla scienza si scioglie in un contemplativo abbraccio con il Tutto che ci circonda.
Ecco, forse, le vere ragioni per cui amare un film intramontabile.
Titolo originale: A Space Odyssey
Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Arthur C. Clarke da un’idea contenuta nel racconto “The Sentinel” di Arthur C. Clarke
Fotografia: Geoffrey Unsworth
Montaggio: Ray Lovejoy
Musica: brani vari da R. Strass, J. Strass, A. Katchaturian, G. Ligeti
Scenografia: Tony Masters, Harry Lange, Ernie Archer
Costumi: Hardy Amies
Interpreti: Keir Dullea (David Bowman), Gary Lockwood (Frank Poole), William Sylvester (dott. Heywood Floyd), Daniel Richter (scimmia “Guarda la luna”), Douglas Rain (voce di Hal 9000), Leonard Rossiter (scienziato russo Smyslov), Margaret Tyzack (scienziata russa Elena), Robert Beatty (Halvorsen)
Produzione: Stanley Kubrick per la MGM
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 141’
Origine: Gran Bretagna, 1968


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