La leggenda di Bagger Vance

Il ricordo di un evento è esso stesso un evento e va dunque inteso come tale. In una Savannah che dopo Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male di Eastwood pare ormai il suo correlativo geografico. Con un corredo di quelle teorie che trasfigurano la storia orale in un genere letterario, vero e proprio da studiare negli ambienti accademici. E’ il primo segno che si dovrebbe vedere in un ricordo. Junuh sembra vivere sulle spalle di un giocatore di golf che è passato prima di lui: un figlio del Sud che prima della Grande Guerra possedeva lo swing. Un memento fattosi persona, secondo la mistica redfordiana. Sembra questo l’assunto del flashback lungo due ore e sette minuti introdotto dal cardiopatico Jack Lemmon. Del resto al regista non sono mai interessati i lapsus freudiani, e neppure la percezione errata degli eventi. Redford viene infatti dalla cultura degli anni ’70, ossia dal decennio dove la validità di un documento storico si giudicava sulla base della sincerità personale, della sua buona memoria. Come quella di Lemmon che sdraiato sul green rievoca senza soggettività, e soprattutto è una fonte che riferisce non solo quello che Junuh e Bagger Vance hanno fatto, quello che credevano di fare e quello che pensavano di aver fatto accettando il torneo. In una concezione della Storia che antepone le vicende dei piccoli, delle persone ordinarie. Quindi la cifra dominante di Redford è quella della leggenda minimalista. Così la riconfigurazione dello swing tanto caldeggiata da Bagger Vance, che esalta il senso del gioco reagisce allo shock culturale determinato dalla guerra in Junuh. Uno shock che ha anche minato l’idea della storia nazionale, destabilizzando il passato e il modo in cui viene usato. Lui quindi lo ricontestualizza, insieme all’amore ipostatizzato da una Charlize Theron assai glamourous proprio come le divine del muto nei ruggenti anni Trenta.
Titolo originale: The Legend of Bagger Vance
Regia: Robert Redford
Sceneggiatura: Jeremy Leven dal romanzo di Steven Pressfield
Fotografia: Michael Ballhaus
Montaggio: Hank Corwin
Musica: Rachel Portman
Scenografia: Stuart Craig
Costumi: Judianna Makovsky
Interpreti: Will Smith (Bagger Vance), Matt Damon (Rannulph Junuh), Charlize Theron (Adele Invergordon), Bruce McGill (Walter Hagen), Joel Gretsch (Bobby Jones), Lane Smith (Grantland Rice), J. Michael Moncrief (Hardy Greaves), Peter Gerety (Neskaloosa), Jack Lemmon (Hardy Greaves anziano)
Produzione: Jake Eberts, Michael Nozik, Robert Redford per Allied Filmmakers/Wildwood Enterprises
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 126’
Origine: Usa, 2000


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