La mummia: il ritorno, di Stephen Sommers

Titolo originale: The Mummy Returns
Regia: Stephen Sommers
Sceneggiatura: Stephen Sommers
Fotografia: Adrian Biddle
Montaggio: Bob Ducsay
Musica: Alan Silvestri
Scenografia: Allan Cameron
Costumi: John Bloomfield
Interpreti: Brendan Fraser (Rick O'Connell), Rachel Weisz (Evelyn), John Hannah (Jonathan), Freddie Boath (Alex), Arnold Vosloo (Imhotep), Oded Fehr (Ardeth Bay), Adewale (Lock Nah), Patricia Velasquez (Meela), Shaun Parkes (Izzy), Alun Armstrong (conservatore), The Rock ("Scorpion King"), Joe Dixon (Jacques), Bruce Byron (Red), Tom Fisher (Spivey), Aharon Ipale (Faraone), Zeroual (comandante del Medjai), Donna Air (show girl)
Produzione: James Jacks, Sean Daniel per Alphaville
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 124'
Origine: Usa, 2001

Più che un sequel una elevazione a potenza, questo 'ritorno' della fortunata (al botteghino) Mummia di Stephen Sommers, che non tradisce l'impianto del capostipite, fondato su una commistione abbastanza spregiudicata di avventura/orrore/umorismo, ma lo rilancia attraverso una struttura più ariosa e corale, nella quale rientrano i vecchi personaggi e vi si aggiungono di nuovi, come l'ormai celebre Re Scorpione (protagonista assoluto, sembra di un futuro prequel). L'azione si snoda frenetica attraverso i più variegati scenari e l'uniforme tintagiallo/arancio del numero uno viene spezzata da scenari forestali e da enormi masse d'acqua che si librano nel cielo componendo un mosaico colorato e vorticoso. Il "ma", però, è d'obbligo, poiché, se la storia risulta valida e cameronianamente rilancia la possibilità di un sequel migliore dell'originale in quanto rispettoso della formula già portata al successo senza essere ripetitivo, a gestire la colossale operazione è Stephen Sommers, artigiano di modesta fattura da ricondurre alla stirpe dei registi "cita-e-esagera" alla Roland Emmerich: certo, rispetto al collega tedesco Sommers ha il dono dell'ironia e rinuncia alle iconografie reazionarie e imperialiste, ma il suo sguardo è totalmente viziato da una mancanza di sincerità che rende quanto posto in campo tronfio, presuntuoso e assolutamente a-tridimensionale. E in tal senso l'uso invasivo della computer grafica, unito ad una padronanza aggressiva del montaggio, utilizzato per stordire (e oseremmo dire "intimidire") lo spettatore rende questo film affine a La minaccia fantasma di Lucas, che ha rappresentato il più inquietante esempio possibile di opera anti-mitopoietica e omologatrice nei confronti di qualsiasi ricerca estetica, forte dell'arma di una "fede digitale" totalmente priva di innocenza progettuale. Le immagini de La mummia - Il ritorno, dunque, risultano in tal modo svuotate di qualsiasi sostanzialità e fisicità e acquistano la piattezza disarmante di un brutto cartoon/videogioco, nel quale il cinema risulta un elemento incongruo e sopravvive soltanto attraverso la ridda di citazioni poste in essere per l'avido desiderio di una Hollywood "capitalista" (nell'ovvio senso di "interessata agli incassi") e di un pubblico lieto di non capire, non vedere, non sentire l'impalpabile rifluire dell'emozione pura. A questo proposito il citazionismo insistito - unica regola-guida di questa generazione di registi fast-food che dagli anni Ottanta, cui vengono spesso correlati, ha preso il peggio - risulta una palese dichiarazione di autolesionismo metacinematografico. Sommers infatti non può assolutamente permettersi di inserire nel suo frullatore di ricordi in Cinemascope lo Spielberg di Indiana Jones e il tempio maledetto e Il mondo perduto poiché la sua 'cifra autoriale' è lontana, o meglio opposta rispetto alla palingenesi e alla sincerità figurativa spielberghiana; parimenti scellerato è l'uso di ralenti e tecniche di combattimento in vago stile kung-fu, chiaro accenno al sincretismo di Matrix del team Wachowski-Silver, ripreso dunque solo a livello formale, ignorandone la lucida progettualità rifondatrice, anche e soprattutto per ciò che riguarda l'uso del digitale. Insomma, stando così le cose, le prospettive per il futuro del cinema di entertaining ci sembrano nere, il "brat pack" degli eighties, emarginato perché colpevole di troppa sostanzialità autoriale ha lasciato il campo a questo non-cinema da multiplex che annichilisce i sensi e scoraggia l'affetto per un arte che mai ci è sembrata così vuota. Anzi, con tristezza, ci verrebbe da dire "inutile".
Davide Di Giorgio

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