Una lunga lunga lunga storia d'amore

Quella del poderoso affresco polifonico è una formula standardizzata alla grande dal cinema presumibilmente autoriale. Ci sarebbe da stilare una lunga, lunga, lunga graduatoria sui film consacrati all’argomento. E per di più assieme a In the mood for love, Una lunga, lunga, lunga notte d’amore è l’altro poema stagionale sulla sessualità destrutturata. Ma se queste letture appaiono stucchevoli ai più, sono ben altri i motivi d’interesse. Come la disgregazione/riconfigurazione/alterazione degli spazi che sembra essere una cifra dominante del cinema emmeriano dai tempi de Le ragazze di Piazza di Spagna. Le location seguono questo triplice processo attraverso il raffreddamento e la rarefazione. Trovando per forza di cose nel buio un correlativo oggettivo. Giancarlo Giannini e Marie Trintignant, due nomadi del sentimento appunto raffreddato (fanno l’amore nello scompartimento di un vagone) sono privi anche di una progettualità definita, vagando in una Stazione Porta Nuova rappresentata per segmenti come le banchine e le mense. La radioamatrice e il contrabbandiere, emittente e destinatario, sono sospesi nella stanza asfittica e catalizzatrice di lei, in compagnia di una comunicazione esclusivamente orale. Il mare, territorio d’azione dell’uomo, è disgregato da una tempesta. Spezzata solo dalla voce off della madre della ragazza. E’ dunque un’ombra come tutti gli altri punti affettivi stabili del film. Si pensi anche al marito di Isabelle Pazco, quando è inquadrato nella penombra dopo il rapporto con Marina Confalone. Questa gira su sé stessa macerandosi per un compagno che la condivide con un’altra donna anche nell’alterazione. Qui Emmer s’impone di trasfigurare in interni gli spazi esterni. Come il distributore dove resta ghettizzata la Pazco, per aver forato la gomma. Fuggita on the road da un marito fedifrago, crede di essere finalmente libera. La sua segregazione peggiora invece nei motel e autogrill dove viene importunata da sconosciuti per la sua aria da gatta morta. In una tavolozza che presenta un numero elevato di piani sequenza, dove sono evidenziati i suddetti intenti. Questi accentuano e raffreddano le tensioni Di modo che tutto diventi claustrofobico e che i personaggi sembrino soffrire di un’agorafobia imposta dall’incapacità di affrontare i sentimenti. E’ un’inerzia sentimentale allo stadio terminale. Ma anche secondaria rispetto a quella de l’Ultimo bacio di Gabriele Muccino, patetico tentativo di ricreare lo spleen sentimentale di Magnolia. In Muccino i personaggi sono reclusi delle scelte sentimentali, mentre in Anderson ed Emmer sono più empiricamente negati per queste strategie.
Regia: Luciano Emmer
Sceneggiatura: Luciano Emmer
Fotografia: Bruno Cascio
Montaggio: Adriano Tagliavia
Musica: Nicola Zaccardi
Scenografia: Fiorella Cicalini, Elena Barattero
Costumi: Silvia Nebiolo
Suono: Fabio Felici
Interpreti: Marie Trintignant (Irene), Giancarlo Giannini (Marcello), Eljana Popola (anna), Isabelle Pasco (Elena), Ornella Muti (Egle), James Thierree (Gabriele), Marina Gonfalone (Carla), Gloria Strabella (Cristina), Silvia De Santis (Teresa), Yari Gigliucci (voce di Andrea)
Produzione: GAM Film e New Film 7 International. In collaborazione con RAI Cinema
Distribuzione: Làntia
Durata: 99’
Origine: Italia, 2001

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