La strada verso casa
Una memoria ideale e idealizzata, distillata in chiave puramente sentimentale, propriamente riferita (un personaggio racconta una storia che gli è stata raccontata da chi l’ha vissuta: i suoi genitori, la gente del villaggio). Una memoria virtuale, dunque, interamente rifigurabile a partire da una partecipe e solidale immaginazione.O meglio, un racconto raccontato da raccontare. Spunto antico, eppure sulla carta leggibile secondo un ampio spettro di procedure narrative. La linea tematica principale, inoltre, la scoperta e il consolidamento del grande amore tra il maestro e la bella Zhao Di, porta con sé il ritratto - tracciato lungo le linee di un tema caro al regista, l’importanza dell’insegnamento scolare - di un paese scomparso, la Cina rurale della fine degli anni ’50.
Zhang Yimou ha dunque a che fare con una memoria complessa, ricca di percorsi e implicazioni, eppure si limita semplicemente a mostrarla, confinandola nella più elementare delle impaginazioni: un’antiquata cornice (la vicenda al presente), segnata da un compiaciutissimo bianco/nero azzurrato, racchiude uno spettacoloso affresco sentimentale (la vicenda al passato), accuratamente illustrato in gamme cromatiche intense e smaglianti. L’ispirata voce narrante di uno dei personaggi percorre l’intera struttura.
Se la cornice ha scarsa consistenza stilistica (il bianco e nero vale, in senso espressivo, il grigiore di un presente che ha smarrito del tutto i suoi legami con le antiche tradizioni della comunità), il corpo del film (il raccontato da raccontare, si diceva, la memoria recuperata) è sorretto da una scrittura filmica decisamente modesta e prevedibile, articolata in un sistema visivo che potrebbe dirsi classicista se del classicismo non riproducesse banalmente, senza alcun approfondimento o riflessione, gli stilemi più facili ed immediati.
La rifigurazione del tempo perduto, allora, smarrisce tutte le sue potenzialità espressive, si fa ingombrante e didascalica, annega in un accademismo carico di leziose dissolvenze incrociate, di ralenti archeologici, di magnifici quanto sterili campi lunghi, soffocati (come quasi tutto, del resto) in una debordante colonna musicale.
Titolo originale: Wo de fu qin mu qin
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Bao Shi
Fotografia: Hou Yong
Montaggio: Zhai Ru
Musiche: San Bao
Scenografia: Cao Jiuping
Costumi: Tong Huamiao
Interpreti: Zhang Ziyi (Zhao Di giovane), Sun Honglei (Luo Yusheng), Zheng Hao (Luo Changyu), Zao Yuelin (Zhao Di vecchia), LI Bin (la nonna), Chang Guifa (il sindaco da giovane), Sun Wencheng (il sindaco da vecchio)
Produzione: Yu Zhao per Columbia Pictures Film Production Asia/Guangxi Film Studios
Distribuzione: Bim
Durata: 100’
Origine: Cina, 1999
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