Il cerchio, di Jafar Panahi

Titolo originale: Dayereh
Regia: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Kambozia Partovi
Fotografia: Bahram Badakhshani
Montaggio: Jafar Panahi
Scenografia: Iraj Ramin-Far
Interpreti: Fereshteh Sadr Orafai (Pori), Fatemeh Naghavi (la madre), Nargess Mamizadeh (Nargess Mamizadeh), Maryam Parvin Almani (Maryam Parvin Almani).
Produzione: Jafar Panahi Film Productions e Mikado Film.
Distribuzione: Mikado.
Durata: 90'
Origine: Iran, 2000
Tre donne, tre volti. Un’unica storia di solitudine e di emarginazione. Le figure femminili di Jafar Panahi sono chiuse in un cerchio di dolore invisibile e silenzioso. Non possono fuggire né agire. Ogni loro gesto è vano, ogni loro azione è annullata da una contro-azione maschile più forte e più incisiva. E così vagano per la città, con gli occhi spalancati, alla ricerca di aiuto e di libertà, ma sono solo topi impauriti che finiscono per girare intorno alla loro gabbia. Jafar Panahi restituisce il senso dell’oppressione e del soffocamento. Nonostante molte riprese siano state girate in esterno, il regista iraniano schiaccia il cielo sulle teste delle sue condannate, per inseguirle nell’intimità inviolabile dei vicoli, tra le strade affollate di passanti e di chiassosi commercianti o lungo i viali spaziosi, dove però circolano minacciose le auto della polizia e i camion dell’esercito. Un clima di sospetti viene creato attraverso un semplice ma impietoso gioco di sguardi maschili giudicanti, che rappresentano sempre l’autorità, la legge, la giustizia. E tutta la città è sorvegliata, spiata da questi “maschi paladini dell’ordine” pronti a reprimere e a strangolare. Le donne, invece, che parlano così poco di sé, del loro passato, delle loro colpe ma anche delle loro gioie (basti pensare all’infermiera che è riuscita a rifarsi una vita proprio con il silenzio), si guardano con compassione, con fraterna commiserazione, consapevoli della loro sorte. Panahi le segue lungo i loro percorsi chiusi, lascia che le loro storie s'incontrino, si mescolino e si perdano. Del resto lo shador che copre i loro capelli, le rende simili tra loro, simili ad altre donne che siano ripudiate o integrate. E forse, tutte le donne dell’Iran si assomigliano, perché tutte le donne dell’Iran appartengono a un unico destino. In quella terra di guerrieri, nascere donna è solo una vergogna.
Jafar Panahi guarda e denuncia, ma serba sempre una certa distanza dalle sue protagoniste e non inquadra mai troppo a lungo i loro volti disperati, forse per non sprofondare nel nero dei loro occhi o semplicemente perché, quello del regista, è pur sempre un occhio maschile.
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