Pecker, di John Waters
Titolo originale: Pecker
Regia: John Waters
Sceneggiatura: JohnWaters
Fotografia: Robert M. Stevens
Montaggio: Janice Hampton
Musica: Stewart Copeland
Scenografia: Vincent Peranio
Costumi: Van Smith
Interpreti: Edward Furlong (Pecker), Christina Ricci (Shelley), Bess Armsrong (dr. Klompus), Mark Joy (Jimmy), Mary Kay Place (Joyce), Martha Plimpton (Tina),Brendan Sexton (Matt), Lili Taylor (Rorey)
Produzione: John Fiedler, Mark Tarlov per Polar Entertainment
Distribuzione: Medusa
Durata: 87'
Origine: Usa, 1998
Non dev'essere facile chiamarsi John Waters nell'America (e nel cinema) del 2000. Essere marchiato felicemente e indelebilmente come il dio del trash - ammesso che questa parola abbia un reale, univoco significato, cosa di cui, francamente, dubitiamo. Perché essere John Waters oggi significa essere un marchio, una garanzia di emozioni che colpiscono allo stomaco in un attacco deliberato a quel "buon gusto" che la moderna ridefinizione del pensiero (o la vogliamo chiamare "caduta delle ideologie"?) ha reso aleatorio quasi quanto la suddetta definizione di trash. Un irriducibile di ferro, la cui aurea iconoclasta, però, mal si concilia con l'ingabbiamento inevitabilmente sotteso sia dalla propria marchiatura che dall'adeguamento alle leggi del mainstream.
Già, perché, come se non bastasse tutto questo, oggi John Waters è anche una "proprietà" delle major, in quanto il trash è di proprietà del mercato, è diventato un prodotto, un trend che si vende nei negozi di T-shirt e si serve in TV, rigorosamente non censurato. Logico, dunque, che da questo trend scaturiscano derivati che hanno il nome di South Park, Tutti pazzi per Mary e via elencando tutti quei prodotti mercificatori e mercificati che spacciano la volgarità a prezzo di fabbrica per la gioia di un pubblico che, ormai, alla cifra politica celata dietro l'offesa non fa più caso, cogliendone solo la ludicità e di fatto azzerandone la portata devastante.
La sovraesposizione dello schifo, dunque, ne crea l'anestesia. Su questa semplice formula, compresa a perfezione dai geni del marketing di massa, si gioca il sottile filo che separa Pecker dall'apparenza di opera minore e educata, lontana dal vero "Waters' touch", e ce lo restituisce inevitabilmente come un prodotto davvero intelligente e, nel suo piccolo, iconoclasta. Se il peccato è l'esubero espositivo, la vera iconoclastia oggi sta nella sua negazione: così Pecker è un film volutamente "elegante", di quella stessa eleganza del precedente La signora ammazzatutti, perché è l'eleganza del mediocre la vera cifra politica della nuova indagine di Waters. Se la coprofagia oggi è potenzialmente ridotta a show (già ci immaginiamo quanta audience produrrebbe in qualsiasi programma televisivo…), questo la decontestualizza e la priva di forma. Quindi la forza bruta del discorso watersiano sta nel mondare il peccato mostrando la metabolizzazione del trash avvenuta nel piccolo mondo borghese, ma - attenzione - esaltandone al contempo la gratuità. Perché la gratuità rappresenta l'unica forma di libertà nel mondo oppresso dalla massificazione del pensiero, ne simboleggia l'innocenza perduta e, di conseguenza, la bellezza. Una bellezza che fa di Pecker una specie di piccolo Verso il sole rovesciato di segno: un'indagine filologica (perché il protagonista è un giovane fotografo di Baltimora che si diverte ad immortalare la felice mediocrità del circondario: ci sembra chiaro il rimando) sul senso intimo della bellezza ricercata nella gratuità felice del vivere seguendo l'indole propria di un Brutto soggettivo, talmente vero e onesto in sé da diventare un Bello oggettivo. Le Regole sono la Società, e la Società è corrotta, ma la mediocrità del normale (e dei singoli) si ritrova nell'Uomo. E l'Uomo, pur nella sua bruttezza, è sempre e comunque Bello quando è libero. E questo non c'è trend che possa negarlo!
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