Space Cowboys, di Clint Eastwood

Titolo originale: Space Cowboys
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Ken Kaufman e Howard klausner
Fotografia: Jack N.Green
Montaggio: Joel Cox
Musica: Lennie Niehaus
Scenografia: Henru Bumstead
Costumi: Deborah Hopper
Interpreti: Clint Eastwood, Tommy LeeJones, Fdonald Sutherland, James Garner, Marcia Gay Harden, William Devane, Loren Dean, Courtney B.Vance, James Cromwell
Produzione: Clint Eastwood, Andrei Lazar, per Malpaso Production .
Distribuzione: Warner
Durata: 120 minuti.
Origine: USA, 2000

A che cosa assomiglia la fine del cinema americano? Molto probabilmente a Space Cowboys , un autunnale western malinconico nel quale il tempo si ferma e si contempla nel corpo declinante dell’eroe. Clint ritorna in campo e come John Belushi rimette insieme la banda. La sua: un pugno di magnifici “ghost riders in the sky” lanciati in una missione ai confini della Terra, alle soglie dello spazio. Come non commuoversi? La cavalleria, quella del Nord-Ovest, quella di Nathan Brittles, sorride soddisfatta. E noi con loro. Ce ne ha messo di tempo Clint per essere ammesso in Accademia: eppure eccolo qui. E mentre le accuse dei guardiani della correttezza politica fumano imbarazzanti, Clint continua a fare cinema con un entusiasmo che qualsiasi Paul Thomas Anderson si sogna. Ed è utile vedere Space Cowboys. Riconcilia con il cinema americano intossicato dagli estrogeni e dai Gladiatori. Perché poi il cinema, quello della nostra infanzia, dei nostri sogni più veri, è proprio così: limpido, opaco e forte. Con il volto di Clint, in panoramico, che ringhia “Get Out!” a Loren Dean. E in un attimo il mondo si ferma. Il cinema è un sibilo, uno zigomo sollevato. Ed è di fronte a immagini simili che la giustezza di un premio alla carriera, seppur tardivo, trova il nostro consenso indiscriminato. Nel corso dell’incontro con il pubblico, Clint ha dimostrato, proprio come John Carpenter a Torino, che il cinema è soprattutto un lavoro. Una scelta di obiettivi fatta assieme a Jack Green, discussione di tagli di montaggio con Joel Cox e la scelta delle musiche con Lennie Niehaus. Ed è nel segreto di un magistero dell’arte, praticato instancabilmente come sortilegio resistenziale piuttosto che semplicemente custodito, che il tempo eastwoodiano si cristallizza e si offre come segno di un classicismo modernista che non cessa di interrogarsi sulle proprie forme. Anche quando il cinema è ormai giunto alla fine del tempo. Tempo che Clint non si stanca di filmare, osservandolo scorrere sulla sua stessa carne
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