L'esorcista

titolo originale "The Exorcist"
Regia: William Friedkin
Sceneggiatura: William P. Blatty
Con: Linda Blair (Regan), Ellen Burstyn (Chris MacNeil), Max Von Sydow (Padre Merrin), Jason Miller (padre Karras), Lee J.Cobb (tenente Kinderman), Kitty Winn (Sharon Spencer), Jack MacGowran (Burke Dennings), Rudolf Schundler (Karl)
Fotografia: Owen Roizman e Billy Williams
Montaggio: Bud Smith, Evan Lottman, Norman Gay
Scenografia: William Maley
makeup: Dick Smith
effetti speciali: Marcel Vercoutere
Musica: Krzysztof Penderecki, Anton Webern, Mick Oldfield, David Borden e Jack Nitzsche
Produttore: William P. Blatty
produttore esecutivo: Noel Marshall
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 128 '
Origine: Usa 1973/2000
Proprio nel momento in cui William Friedkin sembrava aver imboccato il viale del tramonto, emarginato dai produttori e costretto a non indimenticabili lavori televisivi, ecco che due film ne rilanciano l'astro nel gotha hollywoodiano. C'è, dunque, una giustizia al mondo: Regole d'onore viene ormai considerato dai più sensibili conoscitori di cinema americano come uno dei capolavori di questa stagione (e non solo); mentre la riedizione dell'Esorcista "storicizza" i meriti di Friedkin, dimostrando che si tratta ancora oggi di uno dei film più inquietanti e spaventosi del cinema horror moderno, ineguagliato per intensità e progettualità.
I meriti dell'Esorcista sono piuttosto noti. Si possono ricordare almeno: l'idea portante di procedere nel racconto attraverso un realismo esasperato, destinato a capovolgersi al momento della possessione; l'ambientazione accurata dentro un casa borghese a due piani, capace di ipostatizzare il confronto col Diavolo tra basso e alto; l'insistenza verso la metamorfosi della bambina, prima angelica e grassoccia, poi creatura satanica in preda a pulsioni sessuali irresistibili. Sesso e Male, insomma, intrecciati con la sapienza del grande regista, vengono in questo film portati fin dentro il ventre dell'America famigliare, il che ha scatenato una ridda di ipotesi interpretative, sociologiche e psicologiche, oggi abbastanza dimenticate. Non sapremmo dire se effettivamente L'esorcista sia un film sul Watergate, sulle ferite del Vietnam, o su cos'altro: certamente è un film sulla comunità statunitense, sulle espulsioni totemiche che essa tradizionalmente opera nei confronti di ciò che considera negativo, sulle rimozioni della sessualità che la attraversano. Soprattutto: è un film del terrore che non ha bisogno del "secondo grado" tipico del cinema horror degli ultimi vent'anni. Non ci sono quiz sul cinema del passato, non ci sono citazioni (fatto salvo il corpo stesso di Max Von Sydow, icona della religiosità cruda nei film medievali di Bergman), non ci sono stupide strizzate d'occhio. L'horror anni '70 era decisamente un'altra cosa, sia quello degli incazzati indipendenti (Carpenter, Romero, Hooper, Craven) sia questo stranamente prodotto dagli Studios.
Quando Irene Bignardi, in un recente intervento su "Repubblica", stigmatizza il film di Friedkin in quanto responsabile del degrado splatter dell'orrore, dimostra almeno due cose (che però ci servono paradossalmente ad approfondire l'argomento): 1) di non avere rivisto (o visto, sappiamo che la signora ha spesso paure ancestrali) il film; 2) di non aver compreso che Friedkin opera in maniera esattamente contraria a quella che ella crede. Il realismo di cui si parlava (gli esami medici, la presenza di neuropsichiatri, la possessione come un caso clinico: tutto ciò che non ha compreso Stigmate) serve proprio a far passare visioni altrimenti ridicole come quella del vomito verde o del letto che scuote. Lo splatter sarà, invece, un fenomeno se vogliamo politico, ideologico, aggressivo, ma comunque mai legato alla paura o all'inquietudine, caso mai carnevalesco (perciò anti-istituzionale) e performativo. L'esorcista, di fatto, non ne fa parte.
Rimane da dire qualcosa sulla ri-edizione. Non c'è da scaldarsi troppo. Le aggiunte (camminata da donna-ragno, avvertimenti demoniaci, chiacchiere finali) diluiscono anzi un po' l'opera, e, almeno nel caso dello spider-walk, contraddicono lo schema alto/basso del film, facendo invadere il campo della normalità a Regan, altrimenti sempre confinata nella camera del demonio. Si tratta perciò dell'ennesima mossa commerciale, cinica e spregiudicata, atta e ripresentare un film che avrebbe tutta la dignità di riconquistare le sale di prima visione anche senza ulteriori "bonus". Ma questa è la civiltà del restyling perenne e del "DVD con aggiunte", per cui meglio rinfoderare le armi polemiche e godersi il meritato ritorno del maestro Friedkin.
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