American Beauty, di Sam Mendes

Regia: Sam Mendes Sceneggiatura: Alan Ball Fotografia: Conrad L. Hall Montaggio: Tariq Anwar, Chris Greenbury Musica: Thomas Newman Scenografia: Naomi Shohan Costumi: Julie Weiss Interpreti: Kevin Spacey (Lester Burhnam), Annette Bening (Carolyn Burnham), Thora Birch (Jane Burnham), Wes Bentley, (Ricky Fitts), Mena Suvari (Angela Hayes), Chris Cooper (Colonel Fitts), Peter Gallagher (Buddy Kane), Allison Janney (Barbara Fitts) Produzione: Bruce Cohen & Dan Jinks per Dreamworks Pictures Distribuzione: U.I.P. Durata: 122' Origine: USA, 1999



E' raro trovare nel cinema americano attuale così tanta lucidità nel raccontare gli esseri umani 'oggi', come sono/siamo diventati, quali percorsi assurdi e straordinari intraprendono le nostre esistenze, ormai continuamente sballottate tra i vari mezzi per comunicare, immerse nei ruoli assegnati, negli stereotipi umani, nei meccanismi infernali dell'apparire.
American Beauty è questo, e molto altro. E' il cinismo quotidiano (la durezza della vita che ci rende come insensibili) unito, anzi mescolato, a una sorta di estetica della 'redenzione', che ci costringe - per fortuna - a fare i conti con cose umane e tenere come orgoglio, cura di sé, passioni, desideri, sentimenti. E allora ecco questi quadri familiari che sembrano - apparentemente - la versione addolcita dell'universo creato da David Lynch nei suoi film - quel luogo oscuro e ambiguo dove nulla è ciò che sembra - ma che in realtà dietro questa facciata 'normal life' nasconde più dolore di tante pellicole 'autoriali' che della sofferenza umana sembrano fare una specie di cavallo di battaglia. Nulla è come sembra oggi, e l'uomo 'moderno' - in questo film che più che chiudere un'epoca sembra in realtà aprirne un'altra (come faceva nel 1990 il capolavoro di Lawrence Kasdan, Turista per caso) - per vivere, o semplicemente aver rispetto per sé stesso, deve innanzitutto uscire fuori dall'ipocrisia che governa la sua vita quotidiana. Basta con il lavoro 'finto', la casa 'finta' , la famiglia 'finta', il proprio corpo 'finto'. Kevin Spacey/Lester Burnham nello sprofondare del sogno americano trova un'ancora di salvezza solo nell'accettazione di sé come 'essere desiderante', anche se i desideri attuali di un quarantenne possono essere non propriamente 'virtuosi', come il corpo di una ragazza sedicenne amica della figlia, e il proprio corpo da riconquistare per conquistare gli altri, ma soprattutto se stessi, in un ridondante gioco di specchi narcisistico ormai necessario.
Posto di fronte alla sparizione del soggetto, al sotterramento dell'io, all'inserimento della propria (dis)umanità - completamente dentro i cicli del capitale (corpo che produce, corpo che consuma) - la riappropriazione di sé non può non partire dalla riconquista del corpo, luogo smaterializzato della ristrutturazione globalizzante del capitale odierno, almeno dagli anni ottanta in poi.
Passione, cura di sé, desiderio. E nausea per le vecchie ipocrisie. Ma quel che ne esce fuori altri non è - per il mondo - che un "nuovo mostro". Mostro per la figlia che ne vede solo l'aspetto di adulto sporcaccione adescatore di ragazzine, per la moglie che ne vede svanire il ruolo di 'regolatore' familiare, e per il vicino che ne vede un terribile pervertito. Non è un caso che solo con Ricky, il ragazzo, egli instauri un rapporto 'felice', chiaro e paritario. Perché è un rapporto basato sul commercio, su un dare e avere esplicito, in moneta sonante, fuori dalle ipocrisie che regnano nei nostri rapporti. Questa chiarezza delle basi del rapporto rende la relazione tra l'uomo e il ragazzo 'pericolosa", perché minante le fondamenta dell'architettura sociale. Da un lato abbiamo un uomo che vuole smettere di fingere, dall'altro un ragazzo che della finzione ha fatto una "confezione di vita", luogo dell'apparenza per preservarsi del tutto il proprio non-luogo del piacere (piacere voyeur, piacere delle droghe, piacere dell'osservare il mondo nei più piccoli dettagli di tenerezza - filmare una busta che vola, ad esempio, o una ragazza di nascosto).
Ma American Beauty, che pure è un film 'al maschile' riservando agli uomini il ruolo di motore/meccano della storia, racconta anche dell'altra metà dell'universo, anch'essa persa dietro le finzioni di una vita costruita per stereotipi, e non per bisogni. Ed è per questo che l'unico personaggio 'da salvare' è proprio Jane, la scorbutica e solitaria figlia di Lester.
Mendes, qui a un'incredibile opera prima, riesce a raccontare un "film-sceneggiatura" per eccellenza, non dimenticando mai di stare girando un film (gran merito anche a Conrad L.Hall, esperto direttore della fotografia). Ed ecco allora che la storia procede a incastri, le evoluzioni (e involuzioni) dei personaggi sono mostrate con una 'leggerezza' e profondità dell'inquadratura, una volontà - se vogliamo fin troppo esibita -di andare oltre la natura fallace delle immagini.
Che lo sguardo inganni, che ciò che crediamo di vedere (e quindi di sapere) raramente corrisponda alla realtà, è uno dei moniti-lezioni che American Beauty intende dare, ma senza il cinismo del cinema contemporaneo, il pessimismo della ragione o il vittimismo del 'politically correct'.
Attraverso un moralismo a tratti esasperante ma pure necessario, Sam Mendes realizza un film epocale, riuscendo a raccontare gli umani di oggi con tale meticolosità analitica come forse solo David Cronenberg sa fare. Come siamo, quanto abbiamo voglia/bisogno di piangere, ridere, fare nuove esperienze, uscire fuori dai propri maledetti ruoli sociali, e ricercare, fuori di sé (nel doppio senso di fuori dal proprio essere attuale e dell'essere "fuori di testa") la "vera" bellezza, quella nascosta, impercepibile se non osiamo - per un po' più di un attimo - fermare lo sguardo, liberare le pulsioni, le emozioni e i desideri. Alla ricerca di un'impossibile felicità, magari senza trovarla, ma con la consapevolezza e il coraggio di averci comunque almeno provato. Federico Chiacchiari  
Scrivi un commento
Captcha

Segnala un commento
Captcha

Sono presenti 0 commenti
 
 

Cerca nel sito

Cerca nel sito



News

Il canto del tramonto per Terence Davies
Sunset Song, con Peter Mullan e Agyness Deyn  
CANNES 65 - David Cronenberg e Robert Pattinson ancora insieme
Dopo Cosmopolis, un film su Hollywood  
CANNES 65 - Bertolucci esaltato dalla stampa straniera
Di seguito alcuni estratti della carta stampata internazionale
CANNES 65 - Hollande è già un film
Biopic sul neo Presidente francese, pronto nel 2013 
CANNES 65 - Kiarostami girerà in Puglia?
Il prossimo film del regista iraniano sarebbe ambientato nel Sud Italia
Tutti i nostri desideri ancora in sala
Terza settimana di programmazione
CANNES 65 - Barbera e il suo Film-Lab
Il neo Direttore di Venezia ha esposto il prossimo progetto a favore del cinema italiano
CANNES 65 - Il ritorno di Larry Clark
Due lungometraggi in programma: The Smell Of Us e Marfa Girl
CANNES 65 - Gilles Jacob riceve il Premio Pontecorvo
Riconoscimento all'uomo che da 30 anni dirige il festival
CANNES 65 - Fischi per Reygadas, trionfo per Bertolucci
Accoglienze contrastanti per due autori agli antipodi
CANNES 65 - Film su Fassbinder
Già deciso il regista, manca il protagonista che interpreterà l'autore tedesco
CANNES 65 - Esordio allla regia di Rupert Everett
L'attore inglese ha già scelto il soggetto e il co-protagonista
CANNES 65 - I bookies puntano su Haneke
Anche i bookmakers scommettono sul regista austriaco di Amour
Mélanie Laurent, Isabella Rossellini, Sarah Gadon per Denis Villeneuve
Accanto a Jake Gyllenhaal in The Enemy, tratto dal romanzo di Saramago
CANNES 65 - No, di Pablo Larrain è della Sony
Il film, presentato alla Quinzaine, acquistato dal distributore americano
Debra Granik dirige una nuova serie per HBO
American High Life, dramma familiare semiautobiografico
CANNES 65 - L'ANICA e l'accesso al credito
Domani, Tavola Rotonda “Accesso al credito – Strumenti di sostegno alle imprese audiovisive europee"
CANNES 65 - Post Tenebras Lux anche in Italia
Il film di Reygadas distribuito da Archibald Film
CANNES 65 - Audiard in sala è già un successo
Nel primo week-end in Francia, De rouille et d'os ha già battuto il record d'incassi
CANNES 65 - Dominik insidia Haneke
La stampa internazionale promuove KIlling Them Softly
Blade Runner 2 al via
 Ridley Scott conferma il sequel del suo capolavoro fantascientifico
Greg Mottola adatta il Pulitzer Jeffrey Eugenides
Un film dal suo ultimo romanzo La trama del matrimonio
Tahar Rahim e Marion Cotillard per Asghar Farhadi
Il regista di Una separazione, Orso d'oro a Berlino 2012
CANNES 65 - Commozione per la Bonnaire
Charles Tesson emozionato per J'enrage de mon absence
CANNES 65: Tutti pazzi per Ken Loach
Applausi a ritmo sui titoli di testa