U-571, di Jonathan Mostow

Titolo originale: U-571
Regia: Jonathan Mostow
Sceneggiatura: Jonathan Mostow, Sam Montgomery, David Ayer
Fotografia: Oliver Wood
Montaggio: Wayne Wahrman
Musica: Richard Marvin
Scenografia: William Ladd Skinner, Gotz Weidner
Costumi: April Ferry
Interpreti: Matthew McConaughey (Tyler), Bill Paxton (Dahlgren), Harvey Keitel (Klough), Jon Bon Jovi (Emmett), David Keith (Coonan)
Produzione: Dino e Martha De Laurentis
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 115'
Origine: Usa, 1999

Che il cinema americano stia attraversando un periodo di grave crisi è evidente. Altrettanto evidente è che i pochi cineasti statunitensi che tentano di fare qualcosa di nuovo (e/o antico con stile...) sono pochi e, sovente, incompresi dalla critica. Mostow, giunto con U-571 alla sua terza regia cinematografica, senza contare i lavori televisivi, è un solido esempio di pura scienza americana della messinscena. Alle prese con quelli che sono i temi preferiti del suo cinema, ossia il conflitto tra spazi e volumi, l'impadronirsi di un codice o di un linguaggio, l'esplodere della violenza, Mostow dimostra di possedere un solidissimo senso morale del cinema. Inevitabilmente hawksiano - i legami d'amicizia tra gli uomini, il valore del lavoro di squadra, l'adesione a un'etica che si realizza mentre si lavora contemporaneamente a un obiettivo - permettono, inevitabilmente, a Mostow di essere scambiato per un reazionario nazionalista. Destino ironico cui, in Italia (e non solo) va incontro da sempre il miglior cinema americano. Così come Breakdown era giocato completamente sull'interazione tra uno spazio sterminato e un corpo perso in esso, U-571 si articola tutto intorno alle dinamiche che permettono a un pugno di uomini di sopravvivere all'interno del set limitato del sommergibile. Quello di Mostow è cinema che non si può raccontare. Bisogna vedere infatti come un primo piano, attraverso un carrello, si lega alle vite degli altri corpi che dallo sguardo espresso in quel volto dipendono. Si tratta della manifestazione fondamentale di una solidarietà cinematografica che si fa segno e movimento (e non movimento che non reca segno alcuno come accade al cinema Usa contemporaneo). In linea con una tradizione testuale eminentemente pragmatica, U-571 non produce ideologia ma analisi e politica dello sguardo. Non a caso il film è incorniciato dai bombardamenti di profondità subiti dai nazisti prima e dagli americani poi: ossia la medesima situazione, vissuta nel medesimo spazio (ri)messa in scena da Mostow per saggiare la tenuta etica del proprio cinema e per dire qualcosa di non banale sulle dinamiche e gli effetti della guerra.
Giona A.Nazzaro

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