RAGAZZE INTERROTTE (Girl,interrupted), di James Mangold


Titolo originale: Girl, interrupted
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Lisa Loomer e Anna Hamilton Phelan
Fotografia: Jack N. Green
Montaggio: Kevin Tent
Musica: Mychael Danna
Scenografia: Maggie Martin
Costumi: Arianne Phillips
Interpreti: Winona Ryder (Susanna Kaysen), Angelina Jolie (Lisa), Clea Duvall (Georgina), Brittany Murphy (Daisy), Elizabeth Moss (Polly), Jared Leto (Tobias Jacobs), Jeffrey Tambor (Dr. Melvin), Vanessa Redgrave (Dr. Wick), Whoopi Goldberg (Valerie)
Produzione: Columbia Pictures
Distribuzione: Columbia Tristarfilms
Durata: 127 minuti
Origine: USA, 1999

Personalità borderline. Ai confini tra sogno e realtà, vita e morte, normalità e follia. Essere sull'orlo di un abisso e avere la tentazione di cadere: questa è la vertigine. Tra flashback e dissolvenze, il regista James Mangold costruisce un film in cui le immagini si susseguono e si rincorrono in una spirale che fonde presente e passato, incontri e separazioni. Adolescenti sofferenti, dilaniate da inquietudini profonde e da contraddizioni insanabili e laceranti sono rinchiuse a Claymoore, un ospedale psichiatrico. Sono folli, sono ragazze "interrotte", separate dal mondo ed aliene da loro stesse. James Mangold restituisce il senso claustrofobico della loro condizione, girando la maggior parte delle scene all'interno dell'edificio, tra le stanze delle pazienti, le camere degli psichiatri o tra le mura dei lunghi corridoi bianchi, asettici, che sembrano voler simboleggiare un'aspirazione alla purezza, un bisogno di redenzione. E inoltre, immagini di porte che si aprono e si chiudono, corpi sdraiati sui letti, volti di infermieri, sguardi dietro le sbarre, farmaci. Il cinema di Mangold è una seduta di psicoanalisi: lo spettatore vive anche lui nell'ospedale, fa la sua seduta e finisce per interrogarsi sulla sua condizione mentale e sul concetto stesso di normalità. Il nostro stesso modo di stare al cinema, seduti e al buio, facilita questo processo d'identificazione. Ma il film è ambientato negli anni '60, gli anni della contestazione giovanile, della rivoluzione sessuale e dell'emancipazione femminile. La distanza temporale crea una distanza psicologica ed emotiva e permette di esprimere un giudizio su tutto ciò che sta accadendo a Claymoore. In un contesto storico e sociale, in cui i valori della tradizione e della cultura dominante sono messi in discussione, gli atteggiamenti di Winona Rayder (Susan Kaysen, l'autrice del libro su cui si basa il film) ci appaiono tutto sommato "normali". In realtà Susanna è malata, psicologicamente ed emotivamente instabile. Lo scontro con il suo doppio, Lisa, carismatica e aggressiva, con un volto segnato dalla sofferenza che è una vera e propria maschera della morte, sarà risolutivo per prendere coscienza di sé, del suo essere viva e della sua malattia. Anche il rapporto di Susanna con la scrittura testimonia il suo desiderio di sentirsi viva. Le parole sono segni dell'esistenza, sopravvivono nel tempo...Con il suo scrivere, Winona Ryder (magnetico volto del nuovo cinema americano), lotta contro l'aleatorietà della sua vita, dei suoi pensieri e del suo corpo, che la rende inconsistente come il sogno di qualcun altro. Lo stesso Mangold, usa procedimenti tecnici, come carrelli e dissolvenze, che sono propri del sognatore. Del resto come dimenticare le parole di Bazin secondo cui lo stesso cinema nasce per il sogno, tutto umano, "di trascendere il tempo e superare la morte..."

Simona Pellino  
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