BEEFCAKE


Titolo originale: id.
Regia: Thom Fitzgerald
Sceneggiatura: Thom Fitzgerald
Fotografia: Tom Harting
Montaggio: Susan Shanks, Michael Weir
Scenografia: D'Arcy Poultney
Costumi: James A. Worthen
Suono: Clive Turner
Interpreti: Daniel MacIvor (Bob Mizer), Joshua Peace (Neil O'Hara), Carrol Godsman (Deliah Mizer), Jonathan Torrens (David), Jack Griffin mazeika (Reid), Joe Dalessandro, Valentine Hooven, Jack La Lanne, Jim Lassiter, Joe Leitel (se stessi) Produzione: Thom Fitzgerald, Shandi Mitchell
Distribuzione: Mikado
Durata: 97'
Origine: Usa, 1999

Beefcake inizia in bianco e nero con un'atmosfera simile ai nudies prodotti da Dave Friedman negli anni Sessanta. Un istinto pop per i corpi che vengono messi istantaneamente in onda da Thom Fitzgerald. Questi tenta di comporre un'iconografia della società americana attraverso la ricerca della libertà sessuale. Una strategia narrativa fin troppo abusata per un film indie dove la precarietà del mestiere di modello viene accentuato dall'interazione fra la fiction e il documentario che inframmezza l'attività del fotografo Bob Mizar. Questi è a capo di una comune di fusti svolgendo un importantissimo ruolo promozionale per la body art su riviste come Strength. Non da Sodoma a Hollywood, quanto piuttosto da Sodoma a Sodoma. Ma il film-inchiesta tradisce l'assunto di partenza per non contrabbandare solo quella poetica del corpo che è una dote innata per renderlo apprezzabile al target protagonista del Gay pride. Beefcake è stato strumentalizzato forzatamente ad hoc come manifesto filmico per il maxi-evento. Ma salvo un rapporto anale mostrato frettolosamente fra Mizar e uno suoi protetti, mentre si altri si rinfrescano in piscina, ogni perversione è fondamentalmente ellittica. Fitzgerald non ha certo la mano pesante come R.W. Fassbinder, e le scopate fra omo vengono più che altro rievocate dal teste principale nel processo al fotografo nelle poche sequenze in interni del film. E Beefcake cerca anche maldestramente di ri-disegnare un'Arcadia della libera sessualità ,e la presenza iconica di Joe Dalessandro dovrebbe, oltrechè garantirla, richiamare anche gli appassionati di Andy Warhol. Ma già a questo banale livello si capisce che Dalessandro non è lì per motivi esclusivamente metacinematografici. L'indolenza agghiacciante che ci mette nella rievocazione dei suoi trascorsi di "marchettaro", è l'opposto di quella mitografia della perversione sessuale data da testi come Larry Flynt-Oltre lo scandalo e Boogie Nights. In questi racconti filmici era l'ossatura dell'intreccio mentre Beefcake tenta piuttosto di cogliere alla sprovvista l'osmosi fra arte e profitto che costituiva uno dei bersagli preferiti proprio della pop art. Quindi nessuno si scandalizza così più di fronte ai nudi maschili dopo che i California Dream Man hanno girato in lungo e in largo la penisola .Come se il regista avvertisse l'esigenza di rendere ancora più crudele di quello che effettivamente è l'American Dream. Con i suoi ragazzi di vita non certo alla Pasolini, ma piuttosto rifiuti di New York nel senso più warholiano del termine.

Fabio Zanello
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