Il giardino delle vergini suicide

Il giardino delle vergini suicide

Titolo originale: The Virgin Suicides
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola dal romanzo di Jeffey Eugenides
Fotografia: Edward Lachman
Montaggio: Melissa Kent, James Lyons
Musica: Jean-Benoit Dunckel, Nicolas Godin (Air)
Scenografia: Jasna Stefanovic
Costumi: Nancy Steiner
Interpreti: James Woods (Mr. Lisbon), Kathleen Turner (Mrs. Lisbon), Kirsten Dunst (Lux Lisbon), Josh Hartnett (Trip Fontaine), Hanna R. Hall (Cecilia Lisbon), Chelse Swaim (Bonnie Lisbon), A. J. Cook (Mary Lisbon), Leslie Hayman (Therese Lisbon), Danny De Vito (dr. Horniker)
Produzione: Francis Ford Coppola, Julie Costanzo, Dan Halsted, Chris Hanley per American Zoetrope/Eternity Productions/Muse Productions
Distribuzione: Academy
Durata: 96'
Origine: Usa, 1999

L'esistenza della famiglia Lisbon scorre serena senza troppe domande e con poche pretese. La crisi arriva nel momento in cui la più piccola delle cinque sorelle tenta la prima volta il suicidio. Suicidio: parola tabù dagli anni '70, innominabile vergogna da ignorare e allontanare il più possibile. Una famiglia apparentemente tranquilla che la regista Sofia Coppola, al suo primo lungometraggio da regista, descrive invece in maniera complessa. Poco c'è dello spirito di ribellione caratteristico di quel periodo, nelle ragazze americane che descrive. Forse perché la giovane regista non ha vissuto quegli anni o forse perché ha preferito estrapolare solo l'aspetto bigotto e puritano dei genitori, tipico di un'America che in quegli anni lottò fortemente contro l'Hippy Generation e i movimenti di protesta. La famiglia Lisbon appartiene solo ad una delle "due facce degli anni '70"; la madre (Kathleen Turner) è il simbolo di un mondo vecchio e chiuso che in tutti i modi cerca di ostacolare la crescita, il cambiamento, e il nuovo. Lux (Kristen Dunst), al contrario, tenta di emulare i comportamenti della sua generazione (il fumo, l'alcool, il sesso) ma manca in lei il vero spirito di lotta e ribellione che forse l'avrebbe potuta salvare.
Fa rabbia, fa male! Perché, ci si domanda alla fine del film. Lo stesso perché che gli impotenti ragazzini si chiedono, una volta adulti, ricordando le belle ed inaccessibili "lolite". Ragazze-simbolo di un'adolescenza mitizzata dalle apparenze (i ragazzi interessati a loro solo per la bellezza) in un ambiente poco stimolante, anzi estremamente limitante, le quali riescono a trovare nel gesto estremo della morte la loro unica affermazione.
Buono l'esordio della figlia di Francis Ford Coppola dietro la macchina da presa. Dalle sue scelte sembra trasparire una componente surreale che sdrammatizza la durezza del racconto attraverso alcuni "inserti irreali": per presentare le sorelle sceglie il modo fumettistico di scriverne il nome sul fotogramma e quando la fantasia dei ragazzi comincia a lavorare, la Coppola realizza delle "foto virtuali" che concretizzano le immagini sognate, dando vita a sequenze di stampo visionario.
Monica Cardarilli

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