Regole d'onore


Titolo originale: The Rules of Engagement
Regia: William Friedkin
Sceneggiatura: James Webb, Stephen Gaghan
Fotografia: Nicola Pecorini
Montaggio: Auggie Hess
Musica: Mark Isham
Scenografia: Carlos Sanchez
Costumi: Deborah Mathews
Interpreti: Tommy Lee Jones (Hays Hodges), Samuel L.Jackson (Terry Childers), Guy Pearce (Mark Biggs), Blair Underwood (Capitano Lee), Ben Kingsley (ambasciatore Mourain), Anne Archer (Mrs. Mourain), Dale Dye (Generale Perry), Mark Feuerstein (Capitano Tom Chandler), John Speredakos - Ryan Hurst (caporale Hustings), Baoan Coleman (Colonnello Cao) - Phillip Baker Hall (General H. Lawrence Hodges), Nicky Katt (Hayes Hodges III ), Bruce Greenwood (William Sokal)
Produzione: Richard Zanuck, Scott Rudin
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 128'
Origine: USA, 2000

Quando si dice il caso. Gli Stati Uniti, modello di democrazia da esportazione, stanno facendo la figura dei cioccolatai e in Italia esce Regole d'onore, il discusso film di William Friedkin (per chi fosse distratto, è il regista di Vivere e morire a Los Angeles e L'esorcista). Samuel L. Jackson, un ufficiale che ha fatto il Vietnam a modo suo (roulette russa sulla testa dei "charlie"), viene mandato nello Yemen a tirar fuori dai guai l'ambasciatore Usa. Per riuscire nell'impresa, il valoroso soldato ordina di sparare sulla folla degli arabi inferociti. Risultato: 83 morti, donne e bambini compresi. Segue l'inchiesta di rito, con l'avvocato Tommy Lee Jones a difendere il commilitone che tra l'altro in Indocina gli salvò la vita. Avete in mente Codice d'onore? Bene, nel film di Friedkin è come se il buono fosse Jack Nicholson. Se lo andate a vedere siete avvertiti. Ed è bene sapere che il soggetto l'ha scritto James Webb, sottosegretario dell'amministrazione Reagan. Patti chiari, amicizia lunga. Il prode William è uomo di destra, ma laico. Gli piace lavorare sul dubbio. Una volta fece un film (Rampage) contro la pena di morte, poi cambiò idea, lo riprese in mano, lo rimontò facendolo diventare a favore. Il miracolo è che entrambe le versioni sono bellissime. È questo che frega di lui: parliamo di un grande talento, di un uomo che da posizioni scomode mette in discussione le percezioni ipocrite dell'immaginario americano. Regole d'onore è realizzato con una rabbia, un furore, una convinzione antiretorica che lo rende sincero. E, diciamo noi, persino impermeabile alle critiche (politiche). Con il suo solito aspro realismo, il cineasta dimostra una cosa che dovrebbe essere ovvia: la guerra è uno schifo fatto di carne e sangue, faziosa, crudele, barbara. Se la si fa, la si faccia almeno senza finzioni. Non è un caso che i più odiosi nel processo a Jackson siano uomini dell'amministrazione (Clinton?) per i quali una strage va bene se la si chiama "operazione umanitaria". Chi ha attaccato il film, come credeva che li difendessero i fortini nei western? Sputando? Eccole, le "regole" di cui parla Friedkin (ma quel suffisso "d'onore" è solo nel titolo italiano). Il cineasta riflette, come altre volte, sulla doppiezza morale che contraddistingue l'azione dell'uomo. Male e Bene, nella sua concezione del mondo, continuano ad avere confini incerti. Ma in questo caso, al contrario di Cruising, Il braccio violento della legge o Vivere e morire a L.A. (che è il suo capolavoro), questa ambiguità non è mai seducente bensì complessa e spigolosa. Per Friedkin le "regole della guerra" non presuppongono una parte giusta e una sbagliata, un buono e un cattivo, amici e nemici. Solo il loro rispetto alla lettera conta, una volta che le si accetta nei processi politici di cui si fa "gendarme" l'America. Piaccia o non piaccia, questo dice il regista con la durezza che è propria del suo stile. Nient'altro che un dato di fatto, anche se tutti, a destra e a sinistra, fanno finta di niente. Per motivi umanitari, naturalmente.
Mauro Gervasini

 
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