The Center of the World

Titolo originale: The Center of the World
Regia: Wayne Wang
Sceneggiatura: Wayne Wang, Miranda July, Paul Auster, Siri Hustvedt, Benjamin Wong
Fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: Lee Percy
Musica: Six Degrees
Scenografia: Donald Graham Burt
Interpreti: Peter Sarsgaard (Richard Longman), Molly Parker (Florence), Carla Gugino (Jerri), Mel Gorham (Roxanne), Jason McCabe (Calacanis), Balthazar Getty (Brian Pivano), Pat Morita (tassista), Shane Edelman (Vladimir), Karry Brown ("lap dancer"), Alisha Klass ("stripper" Pandora)
Produzione: Peter Newman, Wayne Wang per Artisan Entertainment/Redeemable Features
Distribuzione: Filmauro
Durata: 86'
Origine: Usa, 2001

Alla ricerca di nuove e definite identità. The Center of the World spinge in maniera eccessiva l'audacia sperimentale di uno dei cineasti attuali più vivi, più mutevoli del recente panorama (hollywoodiano). In effetti il cinema di Wayne Wang da sempre sembra respirare, da sempre sembra attivare uno dei sensi più esclusi dalla forma cinematografica come il tatto. I corpi di The Center of the World si possono toccare anche se protetti dal tessuto "video digitale" che si insinua in tutto il film e che rende mutevole, indefinita anche la consistenza materica dell'immagine stessa. Las Vegas diventa "centro del mondo" (come l'organo sessuale femminile, come i viaggi nella rete internet) da cui prendono forma infiniti punti di fuga, traiettorie, percorsi. Del resto tutto il cinema di Wayne Wang sembra muoversi pur restando fermo in un unico luogo: Hong Kong di Chinese Box, il Winsconsin e Beverly Hills di La mia adorabile nemica, Brooklyn di Smoke. In degli spazi fissi, ancora più chiusi del solito (la claustrofobia kammerspiel di una stanza d'albergo), The Center of the World emana un'incredibile energia, attira con i movimenti plastici di una seduzione prima preventivamente organizzata, poi sentita ma congelata. Con la stessa efficace freddezza visiva di Egoyan in Exotica, anche Wayne Wang non spinge alle estreme conseguenze il rapporto tra Richard (un uomo d'affari di successo) e Florence (una spogliarellista), ma ne fa intravedere schegge sempre attraverso frammenti contornati da cromatismi neutri (quelli giallastri della stanza d'albergo) o quasi sepolcrali (il blu dark del locale dove si esibisce Florence). Anche questi sono personaggi che fuggono continuamente dal proprio presente, dalla loro squallida e minimale quotidianità (momenti in cui si avverte la presenza della scrittura di Paul Auster). Richard e Florence "prigionieri del passato". Come quel film (in originale Random Harvest di Mervin Le Roy) con Ronald Colman e Greer Garson protagonisti (citato da Richard e l'amica di Florence, Carla Gugino/Jerri). Corpi che perdono volontariamente la propria memoria, che si ricreano una nuova vita, che cercano in un erotismo distaccato nuove forme di iniziazione sessuale. Con un coinvolgimento che va oltre ciò che mostra l'inquadratura, con una passione che resta spesso fuori-campo (Florence che, separata da Richard, ammette al telefono che ha paura di innamorarsi dell'uomo), ma penetra di forza, nello sguardo e nella testa. Chi si aspettava il film-scandalo, l'evento hard nel "fuori concorso" del Festival di Cannes, probabilmente è rimasto disorientato o, peggio, deluso. Wayne Wang ha invece finto di raccontare una storia e invece ha parlato di tutt'altro. Spiazzando come al solito, facendo sentire addosso l'energia del movimento, le pulsioni, gli slanci anche oltre gli spazi del visibile.
Simone Emiliani

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