Quasi famosi, di Cameron Crowe

Titolo originale: Almost Famous
Regia: Cameron Crowe
Sceneggiatura: Cameron Crowe
Fotografia: John Toll
Montaggio: Joe Hutshing e Saar Klein
Musica: Nancy Wilson
Scenografia: Clay A. Griffith, Clayton Hartley
Costumi: Betsy Heimann.
Interpreti: Billy Crudup (Russell Hammond), Frances McDormand (Elaine Miller), Kate Hudson (Penny Lane), Jason Lee (Jeff Bebe), Patrick Fugit (William Miller), Zooey Deschanel (Anita Miller), Michael Angarano (William a 11 anni), Noah Taylor (Dick Roswell), John Fedevich (Ed Vallencourt), Fairuza Balk (Sapphire), Anna Paquin (Polexia), Philip Seymour Hoffman (Lester Bangs).
Produzione: Ian Brice, Cameron Crowe per DreamWorks SKG/Vinyl Films.
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 122'.
Origine: Usa, 2000

Se François Truffaut affermava che jazz e cinema sono due forme d'arte tra le più difficili da combinare, lo stesso non si può dire per il rock. Da American Graffiti di George Lucas, in cui i brani musicali dettano la struttura narrativa del film, ai documentari su personaggi del rock (come quello su Bob Dylan, Don't Look Back di Pennebaker), fino alle più tradizionali biografie musicali hollywoodiane (le famose 'biopics'), l'America non ha mai cessato di andare alla ricerca delle proprie radici sociali e culturali attraverso la musica (e la commedia di John Schlesinger, Sai che c'è di nuovo? ne costituisce l'ultimo esempio).
Almost Famous però ha qualcosa in più, non solo perché costituisce un salto nel passato per un'intera generazione, ma anche perché è un viaggio nel profondo, tra le origini di un regista che, nato come giornalista della rivista Rolling Stones, ha accompagnato nelle loro tournée gruppi come i Led Zeppellin, gli Who e gli Allmann Brothers. Per tutto il film, infatti, la dimensione del viaggio assume una grande rilevanza, sia dal punto di vista stilistico che narrativo, non solo perché si assiste alla crescita di Patrick Fugit, alla sua iniziazione alla vita e all'amore, ma anche perché vi percepiamo la mutazione di un certo modo di fare e di vivere il rock (da libero grido di contestazione ad ultimo rantolo, come lo definisce Lester Bang) e, con essa, l'inesorabile trasformazione della critica musicale (che sarà sempre più soggiogata dall'influenza delle grandi major discografiche). In questo contesto, gli spostamenti della band lungo le strade statali americane sono il segno visivo di quest'idea di cambiamento che sottintende tutta la pellicola fino a renderla una sorta di road movie musicale, in continua evoluzione, dove il sentimento nostalgico si arricchisce progressivamente di uno spirito critico consapevole. Cameron Crowe infatti, non mescola solo la realtà autobiografica alla finzione, ma restituisce il senso di un'epoca attraverso un progetto visivo che utilizza i colori caldi dell'universo degli "hippies" e la musica di un gruppo, gli Stillwater, che incarna tutte le band di quegli anni, famose o quasi, spesso finite schiacciate tra i meccanismi del "business" musicale, che con lo spirito del rock hanno ben poco a che fare. Ma Crowe seguendo i suoi interpreti lungo i loro itinerari musicali riflette anche sulla scrittura (e quindi anche sul cinema) e sulla difficoltà di combinare l'emozione all'oggettiva osservazione. Il regista/critico infatti dovrebbe essere «il nemico», ovvero uno sguardo altro, ma i sentimenti in gioco lo gettano spesso all'interno della narrazione, come se fosse direttamente invischiato nella trama del film. E non a caso la macchina da presa mantiene sempre una certa distanza dai personaggi, come per testimoniare quanto questa materia sia ancora troppo "calda" nella memoria del regista, tanto da rendergli visibilmente dolorosa ogni sua più piccola presa di posizione. Ma è forse proprio grazie a questa emotività non celata che Almost Famous acquista fascino ed energia e finisce per assumere la stessa magnetica fluidità della vita, dei sentimenti e della musica.
Simona Pellino

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