ROSETTA (Rosetta)

Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne Soggetto e sceneggiatura: Luc e Jean-Pierre Dardenne Fotografia: Alain Marcoen Montaggio: Marie-Helene Dozo Suono: Jean-Pierre Duret Scenografia: Igor Gabriel Costumi: Monic Parelle Interpreti: Emilie Duquenne (Rosetta), Fabrizio Rongione (Riquet), Anne Yernaux (madre di Rosetta), Olivier Gourmet (il padrone) Produzione: L & J-P Dardenne, Michele & Laurent Petin Distribuzione: Key Films Durata: 95' Origine: Belgio, 1999

Resistenza ad oltranza, combattimento quotidiano, desiderio puro, quasi astratto, di dignità elementare. Il lavoro, miraggio di normalità, liberazione e fuga, è una salvezza vietata. Acqua, terra, fango ovunque: Rosetta ne è trattenuta, impedita, risucchiata. L'angolazione documentaristica sostanzia un realismo tanto radicale da diventare simbolico. Il percorso abituale di Rosetta (uscire dal campeggio, raggiungere la città) è un processo di risalita e di autoidentificazione: dalla sotterraneità fangosa di un mondo separato, affossato, chiuso, alla luminosità aperta di una superficie vicina e irraggiungibile. Dalla non-identità dell'emarginazione alla conquista del riconoscimento sociale. La risalita si gioca in un campo di battaglia: perdere è impossibile, o si diventa come una madre finita, alcolizzata, sfruttata, madre e spettro, da temere e da salvare. Oggetti banali, operazioni minime (gesti meccanici, ripetitivi - indossare gli stivali, aprire la scatola delle esche, attaccare l'amo alla bottiglia) segnano percorsi di strategie difensive: la resistenza va difesa e alimentata col nulla che si possiede. L'assalto, unica strategia d'attacco, significa puntare senza sosta il proprio oggetto del desiderio - il lavoro - custodito da una città-fortezza in cui è impossibile entrare. O meglio, restare: Rosetta scandisce come in preghiera le sue conquiste parziali, ma è di nuovo cacciata dalla fortezza. Pure, da qualche parte, deve esserci un varco vero: si tradisce un amico e si è dentro. Una questione di sopravvivenza è anche una questione morale. Ma la scrittura filmica dei Dardenne è morale ad ogni livello semantico: nella scelta del soggetto, negli sviluppi drammaturgici interni - tradire/tradirsi, lasciar(si) morire - nello stile, fisico, ruvido, minerale, che non concede una virgola alle logiche dello spettacolo. Macchina da presa incatenata ad una straordinaria Emilie Duquenne, ritmi scanditi dal respiro, dialoghi calibratissimi. Costruito con un rigore compositivo raro, segnato da una visività sofferta, affannata, non narrativa, Rosetta è un film duro, ossessivo, percorso da una rabbia costante e compressa, sospesa solo nel finale. Palma d'oro a Cannes e premio per la migliore interpretazione femminile.
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