"Shutter", di Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom

L'opera prima dei due cineasti thailandesi non appare soltanto come una riuscita frequentazione dell'horror ma ha qualcosa di più spostandosi verso le zone di un mélo astratto e alimentando una sperimentazione teorica sullo sguardo che non gli impedisce di mantenere alto il senso di inquietudine e angoscia.

A prima vista Shutter può essere visto come un horror che mette a contatto la dimensione terrena con quella ultraterrena e per i giovani cineasti thailandesi Banjong Pisathanakun e Parkpoom Wongpoom il modello potrebbe essere quello del cinema di Nakata o Shyamalan. Un cinema di rivelazioni, di corpi e voci nascoste che riappaiono, che alimenta un'insolita dilatazione temporale. Protagonisti sono Tun e Jane, un fotografo e una studentessa che una notte investono accidentalmente una donna. Presi dal panico, non la soccorrono e ritornano a Bangkok. Da quel momento però la loro vita non sarà più la stessa in quanto verranno frequentemente ossessionati da un fantasma del passato.

Shutter non appare soltanto come una riuscita frequentazione del genere ma ha qualcosa di più. Innanzitutto la pellicola possiede una ricchezza visiva e narrativa capace di accrescere un senso di inquietudine e ridare forma al passato. La memoria riappare visivamente non con la consistenza di un flashback ma come una proiezione mentale che si impone quasi con violenza nella testa del fotografo. Ed è così che riprende forma, secondo la struttura della 'ghost-story', una figura del passato, quella di una giovane ragazza che amava follemente Tan e che si è suicidata dopo esser stata violentata dai suoi amici. In questo caso Shutter si sposta felicemente anche verso le zone di un mélo astratto, efficace in questo incrocio tragico di amore e morte.

Dietro la pellicola dei due cineasti thailandesi c'è anche però una sperimentazione teorica sul guardare. L'immagine fotografica infatti non è più la riproduzione oggettiva della realtà. Nelle foto scattate da Tan infatti sono presenti delle ombre che 'rivelano' presenze nascoste, quelle che l'occhio umano da solo non riesce a vedere. A quanto pare questo strano fenomeno del film di Pisanthanakun e Wongpoom è ispirato a una vicenda realmente accaduta e nel film questa ricerca formale non intacca minimamente l'efficace respiro visionario della pellicola. Non è un caso che il colore che ritorna nel film è il rosso, lo stesso che è presente nei titoli di testa e che è quello proprio della camera oscura dove vengono sviluppate le fotografie, segno di un film che esplora non tanto l'immagine ma soprattutto la genesi e la produzione d'immagine. Quella dei due registi è una sorprendente opera prima, che lascia avvertire i segni della maledizione (gli amici di Tan che si suicidano gettandosi nel vuoto) e che riesce a mantenere alto il livello della tensione anche quando riprende alcuni immagini proprie dell'horror come quella di Jane che guarda con spavento la porta della stanza della camera oscura che inizia a traballare.

 

Titolo originale: id.

Regia: Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom

Interpreti: Ananda Everingham, Natthaweeranuch Thongmee, Achita Sikamana, Unnop Chanpaibool, Chachchaya Chalemphol, Samray Jaratjaroonpong

Distribuzione: Key Films

Durata: 97'

Origine: Thailandia, 2004

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