BERLINALE 57 - "Pensare di meno e amare di più", incontro con Saverio Costanzo
Uno stralcio dalla conferenza stampa del film "In memoria di me", in concorso alla 57. Berlinale, secondo film del giovane regista italiano Saverio Costanzo che, dopo i consensi per "Private", esplora i delicati meandri della fede

Tutto è partito dal libro, il romanzo "Il gesuita perfetto" di Furio Monicelli, che hai letto e hai voluto portare sullo schermo, oppure era un'esigenza produttiva che ti ha spinto a fare questo film?
Mi hanno suggerito di leggere questo libro subito dopo l'uscita del mio primo film Private. Il libro è molto bello anche se ho capito subito che il tema era faticosissimo: poi, dopo un tentativo fallito di fare un'altra cosa, l'idea di questo spazio chiuso, unico, mi è iniziata a piacere. Ho pensato che fosse l'ideale proseguimento al mio primo film, un film su quella stessa libertà che muoveva le fila in Private, con una famiglia palestinese che si vedeva occupare la casa dall'esercito israeliano. Per noi era una sfida riflettere su quella scelta che privava l'uomo della propria libertà, sulle sue conseguenze e questo è davvero uno dei punti fondamentali del film.
I personaggi sono ovviamente tratti dal libro, così come molti dei dialoghi vengono da lì, poi noi abbiamo messo dentro le nostre esperienze durante la preparazione del film ed è nata una cosa completamente nuova.
È una cosa molto strana parlare del tuo film come di un film sull'amore?
Anche secondo me il film è un film che parla d'amore, sul sapere amare e sul lasciarsi andare senza perdere tempo in lunghi ragionamenti. Pensare di meno ed amare di più.
Poi ognuno può leggere il film come meglio crede, ognuno è libero di dare l'interpretazione che vuole: ovviamente un posto formato da soli uomini può far pensare all'omosessualità, anche se per me non è così.
Nel libro certo non ci sono le intenzioni: negli anni Sessanta era davvero difficile parlare di amore inteso nella variante omosessuale.
Quando hai preparato il film hai letto qualcosa di Martin Lutero? Perchè nei suoi scritti c'erano gli stessi pensieri che sono alla base del film.
No, non ho letto Martin Lutero, però questo è un film che ha una bibliografia, visto che ha dietro una ricerca in questo senso molto importante. C'è un'istanza dostojevskiana, da I Fratelli Karamazov, che è quella che chiude in qualche modo il film. Potrebbe essere la parola sbagliata "bibliografia", visto che stiamo parlando di un film, ma mai come in questo caso penso che sia appropriata.
Questo è un film solamente religioso oppure ci sono altri livelli su cui focalizzare l'attenzione?
Assolutamente. Noi non volevamo fare un film solo sulla religione. Tutte le domande che i protagonisti fanno e si fanno nel film sono domande che sono alla base dell'esperienza di vita di chiunque, anche la mia. E queste domande non si pongono solo in relazione all'aspetto religioso della vita, non si pongono solo in chiesa, insomma, ma si pongono nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, dappertutto.
Quando prendi questo tipo di decisioni non ci sono solo gli aspetti religiosi ma anche tutta una serie di altri fattori: questa è la battaglia per la vita, quella che combattiamo tutti i giorni.
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