Il "cinéma concrète" di David Fincher: "Zodiac"
Sporco, inquietante, a tratti – come “Panic Room” – persino “teorico”, “Zodiac” resta un thriller anomalo, un’indagine poliziesca dove nessun poliziotto spara mai un colpo di pistola, un piccolo manifesto di un cinema imperfetto e delirante, che non si compiace del suo stile ma sperimenta e graffia, lasciando segni indelebili sul nostro sguardo

E’ un cinema “materico” quello di David Fincher, come se fosse consapevole di essere “corpo”. Un corpo da utilizzare, sfiorare, lucidare, magari solo spolverare dai detriti che si accumulano giornalmente. Quello che si vede, cioè che si sente, le superfici che vengono attraversate nei film di Fincher, tutto ciò sembra continuamente “respirare”, pensando, appunto, il cinema (che “una volta” era fatto di pellicola mentre oggi risponde agli impulsi elettronici di una Thomson Viper HD, che cattura le immagini direttamente sul proprio Hard Disk), proprio come un corpo vivo, pulsante, come fosse fatto di carne e sangue. Sangue che attraversa quest’ultimo lavoro del quarantacinquenne cineasta di Denver, come pura “traccia visiva”, possibilmente fuorviante, perché le tracce sono tutte nascoste dentro dei paradigmi/giochi da decifrare. Zodiac è il racconto di un’ossessione, certo, quella che colpisce uno alla volta i tre personaggi che costituiscono l’ossatura narrativa del film: Paul Avery (un Robert Downey Jr così magnificamente a suo agio da sfiorare la parodia), il cronista di nera del San Francisco Chronicle, quello sempre più avanti di tutti nelle inchieste, che si avvicina proprio a un passo dal pericoloso Serial Killer che terrorizzò la costa californiana per oltre un decennio tra la fine degli anni sessanta e i settanta, fino a sfiorarlo quasi e a riceverne le minacce di morte; Dave Toschi (Mark Ruffalo), un poliziotto che divenne un’icona più di Serpico, se è vero che Steve Mc Queen in Bullit ne imitò le gesta e il modo di portare la pistola sotto la giacca, e il primo Callaghan e Michael Douglas nella serie tv Per le strade di San Francisco, si ispirarono a lui. Anche Toschi si avvicinò molto al killer, forse lo aveva anche individuato, praticamente catturato, ma non raccolse mai le prove sufficienti per incriminarlo; infine Robert Graysmith (Jake Gyllenhall), il vignettista collega di Avery che, quando tutti ormai avevano rinunciato a cercare Zodiac (che aveva cessato le stragi), continuò la sua indagine in una personalissima ossessione che gli causò seri problemi familiari.

E’ un film imperfetto, Zodiac. Non una di quelle sceneggiature irresistibili che non perdono colpi mai, calibrate e armoniose, capaci di rispettare le regole auree delle script story. No. Zodiac parte con due personaggi (il reporter e il vignettista), poi ne abbandona uno per strada, ne ritrova un altro (il detective), anzi una coppia, poi nuovamente ne perde uno e ritrova nuovamente il vignettista perduto precedentemente… e in tutto questo Fincher opera con una ossessionante tecnica di “ricerca della verità” che gli ha fatto condurre un’indagine “a parte” in pre-produzione e alla fine, pur parlando di un serial killer, il film sembra ispirato assai più alle imprese da giornalismo investigativo alla Tutti gli uomini del presidente di Pakula, che non a Manhunter o Il silenzio degli innocenti. Fincher si sofferma sui corpi dei suoi “ricercatori”, li vede lentamente frantumarsi di fronte a una ricerca ossessiva che non troverà mai risposte. E filma queste ossessioni con un “realismo” inquietante, sporco e concreto, materico appunto, realizzando un’opera che sembra materializzare visivamente le ossessioni teoriche della “musique concrète” di Pierre Schaeffer, la cui musica composta di suoni naturali e distorti, ha esplicitamente influenzato le scelte di David Shire, il musicista che ha creato una colonna sonora “di suspense latente”, pensando, come ha detto, ai personaggi come “strumenti”: “La tromba era Toschi, il pianoforte solista Graysmith, e gli strumenti a corda dissonanti erano il serial killer Zodiac”.

In un film che fa della ricostruzione minuziosa dei fatti e dei personaggi la sua cifra stilistica, colpisce la particolare forza emozionale con la quale Fincher realizza le scene più dure e astratte, quelle degli omicidi del serial killer. Sono attimi di vita quotidiana ridotti in brandelli dalla furia omicida, ma che Fincher ricostruisce disperdendo il punto di vista, rendendoci tutti vittime, sguardi perduti nel buio, alla ricerca del nulla. O di un neonato lanciato da una macchina in corsa, con quella madre allucinata che rovista tra le erbacce fino ritrovare il corpicino ancora vivo. Perché Zodiac, il serial killer mai scoperto, non sempre “finiva” le sue vittime. Come se la furia omicida non avesse bisogno necessariamente di eliminare i corpi ma solo di raffreddarsi nell’atto folle e sanguinario.
Sporco, inquietante, a tratti – come il suo precedente Panic Room – persino “teorico”, Zodiac resta un thriller anomalo, un’indagine poliziesca dove nessun poliziotto spara mai un colpo di pistola, e dove a parte il killer gli unici colpi li spara un giornalista al poligono di tiro. Ma bastano solo alcune sequenze, l’indagine di Graysmith aiutato dai suoi figli, la sua visita a un testimone nel sottoscala, ecc… a fare di questo film un piccolo manifesto di un cinema imperfetto e delirante, che non si compiace del suo stile ma sperimenta e graffia, lasciando segni indelebili sul nostro sguardo.
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