"Stepping: dalla strada al palcoscenico" di Sylvain White

Questo film è un ottimo esempio di come ad Hollywood si possa costruire una sceneggiatura assemblando semplicemente le varie tendenze giovanili per creare un prodotto consumabile dal pubblico adolescenziale. La pratica dello stepping risulta essere, tra le altre cose, una delle più demenziali degli ultimi anni.

Dopo aver visto il fratello morire, DJ, protagonista della storia, lascia Los Angeles per trasferirsi ad Atlanta e frequentare l’università. La vita degli studenti americani (se sono di colore non importa, basta che siano alto-borghesi) sembra essere meravigliosa, l’unica preoccupazione è quella di prepararsi per l’annuale gara di stepping e rimorchiare le ragazze. Si studia a tempo perso, intanto una volta usciti il lavoro è assicurato.
Per chi non lo sapesse lo stepping è il ballo che per tradizione viene eseguito nei circoli studenteschi afro-americani e vede le diverse squadre (appartenenti alle varie confraternite) impegnarsi in complesse coreografie accompagnate da suoni ritmati eseguiti soltanto con i movimenti dei piedi e delle mani.
DJ, a differenza degli altri studenti, non è di famiglia ricca (viene infatti ospitato dagli zii) e quindi deve lavorare per pagarsi gli studi. Si ritrova, in questo modo, un gradino sotto agli altri. Ma attraverso la sua bravura nello stepping conquisterà il rispetto dei suoi compagni e il cuore di una ragazza, niente meno che la figlia del preside dell’università.
Prodotti come Stepping sono il chiaro frutto di abili operazioni commerciali costruite a tavolino, dove tutti gli elementi della sceneggiatura sono assemblati per ottenere una loro immediata fruibilità. Ogni aspetto è curato per non urtare la sensibilità di nessuno e per essere apprezzato (e consumato) da tutti. I messaggi rivolti al pubblico adolescenziale sono di facile interpretazione. La fede in se stessi, l’importanza di un gruppo, la possibilità di emergere attraverso le proprie forze e il proprio impegno. Ogni occasione è poi buona per inserire una sequenza di stepping, forse una tra le manifestazioni corporee umane più demenziali a cui si possa assistere. Immancabile (e più che mai ipocrita, visto le finalità puramente commerciali di questo prodotto) è la presenza della memoria storica degli afro-americani. In una sala dell’università si ritrovano immagini di Martin Luther King e Rosa Parks, cosa c’entri la lotta per i diritti umani con la pratica dello stepping è facilmente intuibile. Tutto quello che fanno i neri (per chi ha scritto questo film) è di per sé un atto di affermazione dei propri diritti, così in questo modo anche lo stepping acquista valore e diventa mezzo di emancipazione socio-culturale. Il film è un esempio perfetto della degenerazione del musical (dove le coreografie, un tempo, erano espressioni codificate dei sentimenti e degli stati d’animo dei personaggi) e dell’enorme lavoro che ad Hollywood continuano a svolgere per accaparrarsi pubblico, mischiando di tutto, nella ricerca del cocktail perfetto.

Titolo originale: Stomp the Yards

Regia: Sylvain White

Interpreti: Columbus Short, Megan Good, Ne-Yo, Darrin Henson
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Durata: 114’
Origine: Usa, 2007

 

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