"L'ultima missione", di Olivier Marchal
Marchal confeziona una pellicola religiosa contro tutto e tutti, antipatriottica e clamorosamente libera, dove la natura morta del gesto compiuto scavalca il ritmo per farsi parabola etica di spessore ferrariano (Abel ovviamente). Non può piacere fino in fondo L’ultima missione, proprio perché troppo assoluto e autoriale per il nostro sguardo sempre più ineducato. Un cinema che non si accontenta più di ritmi e strategie vorticose, per andare invece ad abbracciare un’astrattezza interiore che oltrepassa ogni fotogramma o inquadratura possibili
La sublimazione di un lutto è l’omicidio? Senza pause o frammenti di luce. Spiazzante e inafferrabile L’ultima missione di Olivier Marchal…. Prima di morire. Dopo che si è morti. Durante. C’è un poliziotto distrutto dall’alcool e dai sensi di colpa per una tragedia privata, un serial killer spietato che uccide donne dopo averle brutalmente violentate, una Marsiglia grigia e corrotta (quasi trasfigurazione apocalittica di un’umanità senza futuro) e una donna piegata da un passato di morte che cerca in tutti i modi di affrontare in un ultimo definivo assalto.
Con ferocia e pessimismo friedkiniani, Marchal confeziona una pellicola religiosa contro tutto e tutti, antipatriottica e anticonvenzionale, dove la natura morta del gesto compiuto scavalca il ritmo per farsi parabola etica di spessore ferrariano (Abel ovviamente). Non può piacere fino in fondo L’ultima missione, proprio perché troppo assoluto e autoriale per il nostro sguardo sempre più ineducato. Quello di Marchal è infatti forse il tentativo più estremo del recente polar francese di affogare il genere in una vicenda esistenziale. C’è infatti un’idea del mondo e del dolore sempre più esplicita e denudata nel cinema del regista francese, ex poliziotto, già autore di Gangster e 36. Un cinema che non si accontenta più di ritmi e strategie vorticose, per andare invece ad abbracciare un’astrattezza interiore che oltrepassa ogni fotogramma o inquadratura possibili. Il cinema (o il genere) non basta più, perché introiettato dentro un requiem rabbioso che non può far altro che percuoterci dall’inizio alla fine, con tutte le incongruenze del caso e i suoi difetti. E qualcosa di squallidamente reale e diretto ci costringe allora a riconoscere in Marchal un autore puro e necessario, come quando
, verso la fine del film, assistiamo inermi all’insostenibile sequenza di Justine minacciata dal suo dispensatore di morte: istanti che si rivelano atroci non tanto perché costruiti secondo i canoni formali della suspense, quanto perché partecipi di un universo filmico segnato dall’ingiustizia e dal dolore. Un dolore solo parzialmente riscattato dal montaggio parallelo finale, liturgico e didascalico a un tempo, dove nascita e morte si alternano in un'eterogenesi senza specie.
, verso la fine del film, assistiamo inermi all’insostenibile sequenza di Justine minacciata dal suo dispensatore di morte: istanti che si rivelano atroci non tanto perché costruiti secondo i canoni formali della suspense, quanto perché partecipi di un universo filmico segnato dall’ingiustizia e dal dolore. Un dolore solo parzialmente riscattato dal montaggio parallelo finale, liturgico e didascalico a un tempo, dove nascita e morte si alternano in un'eterogenesi senza specie.Titolo Originale: MR 73
Regia: Olivier Marchal
Interpreti: Daniel Auteuil, Olivia Bonamy, Francis Renaud, Philippe Nahon, Gérald Laroche, Catherine Marchal
Distribuzione: Medusa
Durata: 121'
Distribuzione: Medusa
Durata: 121'
Origine: Francia, 2008
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