Mr. Smith va a Hollywood
40 anni e poco meno di 20 film all’attivo sono bastati a Will Smith per diventare uno dei più felici esempi di divo capace di reinventarsi e dribblare le facili catalogazioni: con levità e una tensione universale che lo ha presto affrancato dal cliché dell’attore black fino a porlo come paradigma del classico uomo americano artefice del proprio destino
Il bello del cinema sta nella sua capacità di spiazzarci, nel far emergere figure che a volte sono capaci di uscire da se stesse e prendere inattesi detour, dribblando quella che è la più facile e la più nefasta delle tentazioni critiche (e commerciali): la tendenza a incasellare in un cliché, in una categoria. Will Smith è uno di quei magnifici esempi che spingono a rivedere gli schermi, a far saltare le convenzioni e trasmettono l’illusione che, forse, a Hollywood sia possibile ritagliarsi uno scampolo di libertà.
Troppo facile insistere semplicemente sul tasto del Re Mida degli incassi, sul fatto che ogni film interpretato dal nostro si trasformi automaticamente in un successo, quasi un comodo sistema per non scendere a patti con un attore che è stato capace di porsi al crocevia fra istanze diverse rivelando progressivamente una levità che gli ha permesso di mettersi al servizio delle storie, dei generi e dei registi più differenti mantenendo però sempre intatto il proprio carisma. Non il personaggio, però, ché quello è invece evoluto nel tempo passando attraverso varie fasi fino a farsi oggi paradigma di un’umanità trasversale.
In fondo la caratteristica primaria di Will Smith è proprio questa sua capacità mutevole, quella che già in età adolescenziale gli era valsa il soprannome di “principe” per il carisma grazie al quale riusciva a volgere qualunque situazione a proprio vantaggio, traendosi sempre fuori dai guai. Chissà, forse è stato il suo lignaggio, in parte afro, in parte nativo-americano a permettergli una duttilità che in effetti gli ha consentito di bypassare un altro dei cliché nei quali più facilmente avrebbe potuto essere incasellato, quello dell’attore nero.
In questo senso è palese che Will Smith abbia goduto della facile congiuntura dovuta al fatto di aver trovato la strada spianata dai grandi comici afro-americani degli anni Ottanta, quali Richard Pryor e Eddie Murphy, che hanno reso più facile per il pigro pubblico dei blockbuster accettare un eroe di colore, ma a parte questo stupisce la qualità squisitamente romeriana dei suoi personaggi: come il Ben de La notte dei morti viventi, insomma, Will Smith è prima di tutto una persona e poi una persona di colore e nessuno dei suoi personaggi sembra avvertire il suo status black come un elemento di differenziazione rispetto al comune uomo della strada. In questo senso, una volta costruita la fortuna grazie ai successi alquanto effimeri di Bad Boys, Independence Day e Men in Black (dove è evidente il tentativo di dare forma a un personaggio iconico, logorroico e cool), è facile per Smith iniziare a tracciare una nuova direzione, che lo porti lentamente a diventare paradigma dell’uomo americano artefice del proprio destino, nel quale chiunque possa riconoscersi e al quale, magari, affidare il destino del mondo. Un uomo solido, affidabile, che ispira naturalmente empatia e con il quale è piacevole intavolare una discussione, con cui non c’è competizione
perché è semplicemente l’alter ego dello spettatore. Una figura che rinnova la grande tradizione degli uomini americani dotati di carisma e capacità, portata avanti in passato da divi come Gary Cooper o James Stewart, ibridati con la grande capacità di auto-amministrarsi tipica del primo Tom Cruise.
Per fare questo occorre però un lavoro molto accorto sulla fisicità e sul carisma ed ecco quindi che Will deve imparare a sparire, a non porre la propria figura in primo piano come elemento discriminante di una storia, a non far convergere, insomma, il film su di sé: il primo a capirlo è Robert Redford, che ne La leggenda di Bagger Vance gli offre il ruolo dell’eponimo fantasma. Da Eddie Murphy, insomma, siamo passati a Bruce Willis (altro esempio di attore dalla grande fisicità, capace di annullarsi fra le pieghe dell’inquadratura per diventare uomo comune, presenza sempre più incorporea), pronti per il grande salto, che arriva nel 2001 grazie a un magnifico Michael Mann, che regala a Will Smith il ruolo della sua carriera, quello di Mohammed Alì in, per l’appunto, Alì.
Il film – ennesimo e ancora poco considerato capolavoro nella filmografia manniana – pone in definitivo cortocircuito il tentativo di incasellare l’attore in una qualche tipologia, sovvertendo ogni possibile lettura tentata fino a quel momento: per la prima volta Smith si annulla nel personaggio, ritaglia sul suo corpo una figura diversa, dalla fisicità ancora più prepotente del solito, dura, spigolosa, ma anche capace di grande umanità e assolutamente non compromissoria nei confronti dei propri princìpi. Alì, probabilmente il più grande sportivo di tutti i tempi e sicuramente una icona di grandissima importanza nella cultura e nella società del ventesimo secolo, è in fondo il personaggio giusto, quello che con Will ha più punti di contatto e gli permette di far convergere in un solo ruolo tutte le coordinate del suo universo autoriale/attoriale: leggerezza (“vola come una farfalla e punge come un’ape” è il suo celebre motto) e tensione universale che gli permette di diventare archetipo di riferimento per un’umanità trasversale, per una società e un preciso momento storico. L’incontro finale a Kinshasa è un capolavoro di trasfigurazione visiva manniana nel quale Smith riprende possesso delle sue radici africane come punto di partenza per porsi poi come corpo trasparente, donato a ogni tipologia di pubblico.
La strada a questo punto è spianata e non si torna indietro: La ricerca della felicità è un film riuscito unicamente nella misura in cui la levità della sua figura riesce a veicolare istanze ludiche e sentimenti sinceri in una trama pensata e gestita con la consueta pesantezza e retorica tipica del pessimo cinema di Gabriele Muccino. Il rapporto fra Chris Gardner e il suo giovane figlio diventa quindi un incontro di persone capaci di ripensare la realtà e superare gli ostacoli non solo con l’impegno, ma anche con la forza della fantasia (esemplare in questo senso la scena in cui i due “reinventano” la metropolitana trasformandola in una caverna). Il film peraltro è quello che maggiormente avvicina il personaggio di Smith a quelli di Frank Capra.
Il Robert Neville di Io sono leggenda gli permette poi di pagare pegno alla natura romeriana del suo personaggio bypassando ancora una volta la questione razziale (in effetti l’uomo nel romanzo originario di Richard Matheson è un bianco) per porsi come salvatore di una possibile nuova umanità (esemplare in questo senso il finale scartato che lo immagina ago della bilancia in una possibile riappacificazione tra umani e non-morti). A questo punto l’intensità attoriale di Smith è palese al punto che l’attore può permettersi di perdere anche parte della sua proverbiale levità per diventare corpo sofferente e piagato dal dolore, presenza fisica inquieta che trasmette una palese stanchezza del vivere e lo rende l’unico personaggio davvero reale del film in mezzo ai vampiri digitali (da brivido la sequenza in cui lo vediamo ripetere a memoria i brani di Shrek).
C’è spazio quindi anche per prendere in giro questa sua tensione universalistica e la propria fisicità. Il regista giusto è Peter Berg, il genere quello dei supereroi e il titolo è tutto per il suo personaggio: Hancock. E c’è da credere che non sia finita qui…
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